
Nell’ambito di un ampio pacchetto di riforme migratorie, l’Irlanda estenderà il periodo di residenza richiesto ai rifugiati prima di poter richiedere la cittadinanza, portandolo da tre a cinque anni, allineandolo così a quello previsto per tutti gli altri richiedenti. La modifica sarà inserita nel prossimo International Protection (Amendment) Bill 2025, approvato dal Consiglio dei Ministri il 26 novembre.
I richiedenti dovranno inoltre dimostrare di essere “autosufficienti”, ovvero di non aver fatto affidamento a lungo termine su determinate prestazioni sociali nei due anni precedenti la domanda. Il Ministero della Giustizia pubblicherà elenchi dettagliati delle prestazioni escluse una volta redatta la normativa secondaria, ma si prevede che l’assegno di disoccupazione e il sussidio integrativo saranno tra quelle che comportano l’inammissibilità.
La politica risponde alla pressione politica di garantire l’integrazione economica dei nuovi cittadini, ma solleva dubbi tra gli operatori dell’integrazione, che sottolineano come i rifugiati spesso necessitino di più tempo per entrare in un’occupazione stabile. Le aziende che assumono talenti rifugiati, soprattutto nei settori tecnologico e sanitario, potrebbero voler potenziare programmi di mentoring e formazione per accelerare l’inserimento nel mercato del lavoro.
Gli esperti legali evidenziano che il periodo trascorso in Irlanda sotto la Direttiva UE sulla Protezione Temporanea (ad esempio, per gli ucraini) non sarà conteggiato ai fini del calcolo dei cinque anni, un aspetto che i consulenti per la mobilità dovrebbero segnalare ai lavoratori sfollati che pianificano un insediamento a lungo termine.
Mentre i critici vedono questa misura come un deterrente, il Governo sostiene che l’accelerazione nella gestione delle prime domande di asilo (obiettivo: 3-6 mesi entro giugno 2026) compenserà il percorso più lungo per la naturalizzazione, permettendo ai richiedenti accolti di ottenere la cittadinanza più o meno nello stesso momento del loro percorso in Irlanda.
I richiedenti dovranno inoltre dimostrare di essere “autosufficienti”, ovvero di non aver fatto affidamento a lungo termine su determinate prestazioni sociali nei due anni precedenti la domanda. Il Ministero della Giustizia pubblicherà elenchi dettagliati delle prestazioni escluse una volta redatta la normativa secondaria, ma si prevede che l’assegno di disoccupazione e il sussidio integrativo saranno tra quelle che comportano l’inammissibilità.
La politica risponde alla pressione politica di garantire l’integrazione economica dei nuovi cittadini, ma solleva dubbi tra gli operatori dell’integrazione, che sottolineano come i rifugiati spesso necessitino di più tempo per entrare in un’occupazione stabile. Le aziende che assumono talenti rifugiati, soprattutto nei settori tecnologico e sanitario, potrebbero voler potenziare programmi di mentoring e formazione per accelerare l’inserimento nel mercato del lavoro.
Gli esperti legali evidenziano che il periodo trascorso in Irlanda sotto la Direttiva UE sulla Protezione Temporanea (ad esempio, per gli ucraini) non sarà conteggiato ai fini del calcolo dei cinque anni, un aspetto che i consulenti per la mobilità dovrebbero segnalare ai lavoratori sfollati che pianificano un insediamento a lungo termine.
Mentre i critici vedono questa misura come un deterrente, il Governo sostiene che l’accelerazione nella gestione delle prime domande di asilo (obiettivo: 3-6 mesi entro giugno 2026) compenserà il percorso più lungo per la naturalizzazione, permettendo ai richiedenti accolti di ottenere la cittadinanza più o meno nello stesso momento del loro percorso in Irlanda.