
Un eccezionale sforzo dietro le quinte per riportare in patria 11 donne e 23 bambini legati all'Isis è emerso il 25 febbraio 2026, quando il leader comunitario Dr. Jamal Rifi ha confermato di aver personalmente consegnato nuovi passaporti australiani a Damasco. I passaporti riguardano il gruppo di cittadini bloccati nel campo di Al-Roj, nel nord-est della Siria, dopo un tentativo fallito di auto-evacuazione la scorsa settimana. Intervistato da ABC Radio Sydney, il Dr. Rifi ha spiegato che un team legale pro bono ha preparato i documenti, mentre lui ha fatto da “corriere”, spinto dalla preoccupazione per il benessere dei bambini. Le autorità curde hanno segnalato che Al-Roj potrebbe chiudere “entro poche settimane”, aumentando l’urgenza. Le autorità australiane affermano che l’assistenza consolare si limita alla gestione della documentazione, ma non hanno organizzato voli di rimpatrio governativi dall’estrazione del gruppo del 2025. La rivelazione ha riacceso un acceso dibattito politico a Canberra. I deputati dell’opposizione hanno accusato il governo Albanese di facilitare di nascosto i ritorni, potenzialmente rischiosi per la sicurezza, mentre il Ministro degli Interni Tony Burke ha insistito che non è stata fornita alcuna assistenza oltre gli obblighi di legge. Le agenzie di sicurezza mantengono l’opzione di Ordini di Esclusione Temporanea (TEO) e ordini di controllo post-arrivo; gli esperti sottolineano che finora i tribunali hanno confermato tali misure bilanciandole con i diritti dei bambini. Per i team di mobilità globale e ricollocamento, il caso evidenzia la complessa intersezione tra cittadinanza, controlli di sicurezza nazionale e unità familiare. Se le donne riusciranno a raggiungere l’Australia, i datori di lavoro potrebbero dover gestire richieste di congedo per motivi umanitari, supporto al trasferimento e consulenza psicologica per le famiglie allargate coinvolte. Più in generale, l’episodio dimostra che i passaporti australiani – a differenza dei visti – garantiscono un diritto quasi assoluto di ingresso, creando dilemmi politici che non possono essere delegati a vettori o autorità straniere. Gli attivisti sostengono che un rimpatrio gestito sul suolo australiano consente un’adeguata indagine e reintegrazione, mentre l’abbandono all’estero rischia apolidia e radicalizzazione. Le prossime settimane metteranno alla prova se la retorica ministeriale si tradurrà in vie praticabili per il ritorno a casa o in un limbo prolungato per i 34 cittadini ancora in attesa dietro il filo spinato.
Fonte: ABC News
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