
La vasta campagna di legalizzazione in Spagna ha scatenato un acceso scontro politico. Il 15 aprile il conservatore Partido Popular (PP) e l’estrema destra di Vox hanno accusato congiuntamente il premier Pedro Sánchez di “premiare comportamenti illegali” e di non aver controllato i precedenti penali dei richiedenti all’estero. Euro Weekly News ha riportato le parole del portavoce per l’immigrazione del PP, Jaime Moreno, secondo cui “centinaia di criminali pericolosi potrebbero sfuggire ai controlli”. Gli alleati del governo hanno respinto l’accusa come allarmismo, sottolineando l’obbligo di presentare un certificato di buona condotta aggiornato dal paese d’origine. Il dibattito è proseguito il 16 aprile sulle frequenze nazionali, quando la scrittrice e commentatrice Berna González Harbour ha sfidato il leader del PP, Alberto Núñez Feijóo: “Chi è il vero colpevole: il migrante che cerca i documenti o il datore di lavoro che sfrutta un lavoratore senza contratto?” Le sue parole, trasmesse nel programma mattutino di punta di Cadena SER, sono diventate virali, superando i tre milioni di visualizzazioni in poche ore. Gli esperti legali ricordano che le sei precedenti regolarizzazioni in Spagna (1986-2005) prevedevano controlli identici sui precedenti penali e non hanno mai causato picchi di criminalità. Il Ministero dell’Interno afferma che durante la fase pilota oltre 1.200 domande sono state respinte per motivi di sicurezza, a dimostrazione, secondo loro, che le misure di tutela funzionano. Tuttavia, i sondaggi del CIS mostrano un’opinione pubblica divisa: il 47% sostiene la misura, mentre il 44% si oppone. Per le aziende, il dibattito solleva questioni di reputazione. I datori di lavoro che assumono lavoratori appena regolarizzati devono conservare copie certificate dei certificati dei precedenti penali e potrebbero essere soggetti a controlli in caso di documenti falsi. I responsabili della mobilità potrebbero quindi rafforzare i protocolli di verifica o richiedere certificati di polizia apostillati anche quando non espressamente richiesti. La maggior parte degli analisti ritiene che la tempesta politica non bloccherà il decreto, già in vigore, ma avverte che un’opposizione prolungata potrebbe portare a criteri di rinnovo più severi il prossimo anno. Le imprese che dipendono da manodopera straniera meno qualificata dovrebbero monitorare eventuali modifiche dopo le elezioni generali del 2027.
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