
La polizia federale e quella del New South Wales hanno incriminato tre donne australiane, rientrate la scorsa settimana dai campi di detenzione nel nord-est della Siria, con una serie di accuse di terrorismo, comprese, per la prima volta, quelle di crimini contro l’umanità. Le accuse, presentate il 7 e l’8 maggio nei tribunali di Sydney e Melbourne, sostengono che due delle donne hanno ridotto in schiavitù prigionieri yazidi mentre si trovavano in territori controllati dallo Stato Islamico, e che una terza è entrata volontariamente in una zona di conflitto dichiarata. Le donne fanno parte dell’ultimo gruppo di 13 australiani – quattro madri e nove bambini – rimpatriati con l’assistenza del governo. In caso di condanna, rischiano pene fino a 25 anni secondo la legislazione australiana sui crimini internazionali del 2002. Human Rights Watch ha accolto con favore le incriminazioni, ma ha esortato le autorità a garantire i diritti di giusto processo agli imputati e a fornire un supporto intensivo per il trauma ai bambini, molti dei quali sono stati separati dalle madri. Per le autorità dell’immigrazione, i casi mettono alla prova gli ordini di esclusione temporanea recentemente rafforzati e la capacità delle agenzie di frontiera di gestire i rientri ad alto rischio. Consulenti per la mobilità di appaltatori della difesa e ONG sottolineano che il precedente evidenzia la necessità di un rigoroso controllo post-arrivo – medico, psicologico e di sicurezza – che le organizzazioni devono prevedere nel budget quando trasferiscono personale o familiari da zone di conflitto. Gli avvocati prevedono che la richiesta di rilascio su cauzione sarà respinta, il che significa che le donne rimarranno in detenzione ad alta sicurezza mentre la polizia esamina migliaia di pagine di prove raccolte sul campo dai partner della coalizione. È stata fissata un’udienza preliminare per luglio. L’esito potrebbe influenzare la politica di Canberra riguardo all’autorizzazione di ulteriori rimpatri dai campi di Al-Roj e Al-Hol, dove si stima che rimangano circa 30 cittadini australiani.
Fonte: Human Rights Watch
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