
Un raro scontro pubblico è emerso all’interno del governo dello stato della Sassonia-Anhalt riguardo al futuro dei rifugiati ucraini maschi residenti in Germania. Il premier della CDU, Sven Schulze, ha dichiarato a *Welt* il 14 febbraio che Kiev dovrebbe richiamare i “giovani uomini in età lavorativa” affinché possano contribuire alla ricostruzione di ospedali e reti energetiche danneggiate dalla guerra, invece di “cercare una vita più sicura” in Germania.
La ministra del Lavoro Petra Grimm-Benne (SPD) ha subito replicato, sostenendo che la politica di Berlino, che consente ai giovani ucraini di studiare e formarsi all’estero, mira a creare una forza lavoro qualificata per la futura ricostruzione dell’Ucraina. La ministra ha sottolineato che oltre 3.000 uomini ucraini stanno già colmando le carenze di manodopera nei settori manifatturiero e delle costruzioni della Sassonia-Anhalt, definendo il loro contributo “indispensabile”.
Lo scontro mette in luce il delicato equilibrio che la Germania deve mantenere tra solidarietà in tempo di guerra e necessità interne di manodopera. Secondo le norme UE sulla protezione temporanea, circa 1,2 milioni di ucraini possono risiedere e lavorare legalmente in Germania almeno fino a marzo 2027. Qualsiasi iniziativa volta a favorire il rientro potrebbe influenzare i flussi di assunzione aziendali che dipendono da elettricisti, saldatori e specialisti IT ucraini.
Per i team di mobilità, il messaggio principale è l’incertezza. Pur garantendo ancora un’ampia autorizzazione al lavoro, la retorica dei leader regionali potrebbe influenzare i futuri finanziamenti per corsi di lingua, sussidi abitativi o programmi di riconoscimento delle qualifiche. Le aziende che impiegano cittadini ucraini in Germania dovrebbero monitorare i bilanci statali e valutare di offrire supporti formativi interni per attenuare eventuali cambiamenti di policy.
Da parte sua, l’Ucraina ha recentemente allentato le restrizioni all’uscita per i giovani tra i 18 e i 22 anni che vogliono studiare all’estero, una misura che Schulze vorrebbe revocare. Se Kiev rivedrà questa deroga dipenderà probabilmente dal valore economico attribuito alle rimesse della diaspora, attualmente stimate in circa 10 miliardi di euro all’anno.
La ministra del Lavoro Petra Grimm-Benne (SPD) ha subito replicato, sostenendo che la politica di Berlino, che consente ai giovani ucraini di studiare e formarsi all’estero, mira a creare una forza lavoro qualificata per la futura ricostruzione dell’Ucraina. La ministra ha sottolineato che oltre 3.000 uomini ucraini stanno già colmando le carenze di manodopera nei settori manifatturiero e delle costruzioni della Sassonia-Anhalt, definendo il loro contributo “indispensabile”.
Lo scontro mette in luce il delicato equilibrio che la Germania deve mantenere tra solidarietà in tempo di guerra e necessità interne di manodopera. Secondo le norme UE sulla protezione temporanea, circa 1,2 milioni di ucraini possono risiedere e lavorare legalmente in Germania almeno fino a marzo 2027. Qualsiasi iniziativa volta a favorire il rientro potrebbe influenzare i flussi di assunzione aziendali che dipendono da elettricisti, saldatori e specialisti IT ucraini.
Per i team di mobilità, il messaggio principale è l’incertezza. Pur garantendo ancora un’ampia autorizzazione al lavoro, la retorica dei leader regionali potrebbe influenzare i futuri finanziamenti per corsi di lingua, sussidi abitativi o programmi di riconoscimento delle qualifiche. Le aziende che impiegano cittadini ucraini in Germania dovrebbero monitorare i bilanci statali e valutare di offrire supporti formativi interni per attenuare eventuali cambiamenti di policy.
Da parte sua, l’Ucraina ha recentemente allentato le restrizioni all’uscita per i giovani tra i 18 e i 22 anni che vogliono studiare all’estero, una misura che Schulze vorrebbe revocare. Se Kiev rivedrà questa deroga dipenderà probabilmente dal valore economico attribuito alle rimesse della diaspora, attualmente stimate in circa 10 miliardi di euro all’anno.
Fonte: DIE ZEIT / dpa
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