
Un’indagine del Toronto Star, ampiamente diffusa oggi sui social media statunitensi, rivela che nel 2025 gli agenti della U.S. Customs and Border Protection (CBP) hanno effettuato 55.318 controlli su telefoni, laptop e, per la prima volta, smartwatch dei viaggiatori, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. Avvocati specializzati in immigrazione avvertono che rifiutare di sbloccare un dispositivo può comportare il diniego dell’ingresso o l’acquisizione forense dei dati. La CBP difende questa pratica come uno strumento essenziale di intelligence, che lo scorso anno ha portato all’individuazione di 309 “indizi di sicurezza nazionale”, ma fornisce pochi dettagli sulla durata della conservazione dei dati copiati e sulle agenzie con cui vengono condivisi. Il manuale dell’agenzia consente agli agenti di scorrere app di social media, bozze di email e persino file cancellati senza mandato al confine, sostenendo che i viaggiatori hanno una minore aspettativa di privacy. Per i programmi di mobilità aziendale, questo aumento rappresenta un campanello d’allarme riguardo all’esposizione di segreti commerciali e alla conformità al GDPR per i cittadini UE in ingresso negli Stati Uniti. Le aziende dovrebbero consigliare ai dipendenti in trasferta di viaggiare con dispositivi “puliti” o utilizzare hardware “in prestito” sicuro contenente solo i file essenziali. Gli avvocati raccomandano inoltre di disattivare le funzioni biometriche di sblocco prima dell’arrivo, poiché gli agenti possono richiedere impronte digitali ma devono ottenere il consenso per il codice di accesso. I gruppi per le libertà civili stanno rilanciando l’appello al Congresso affinché approvi il bipartisan “Protecting Data at the Border Act”, che richiederebbe un mandato per le perquisizioni dei dispositivi e limiterebbe la conservazione dei dati a sette giorni. Fino ad allora, i viaggiatori internazionali dovrebbero considerare che ogni dato in loro possesso può essere ispezionato e pianificare di conseguenza.
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