
Il 26 maggio, intervenendo alla Camera dei Rappresentanti, il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha spento sul nascere le richieste di una seconda grande evacuazione dei residenti palestinesi di Gaza già in possesso di visti d’ingresso belgi. Il ministro ha confermato che circa 1.400 persone — tra cui casi di ricongiungimento familiare e alcuni ricercatori e studenti borsisti — restano intrappolate nell’enclave nonostante abbiano completato il processo per il visto belga. Prévot ha sottolineato che la riapertura del valico israeliano di Kerem Shalom a marzo non ha semplificato le complesse autorizzazioni multilivello necessarie per trasferire i titolari di visto da Gaza al Belgio. Qualsiasi operazione richiederebbe il coordinamento con le autorità israeliane, egiziane e giordane, oltre al noleggio di voli commerciali — una logistica che Bruxelles non può garantire al momento, vista la situazione di sicurezza instabile. Dal ottobre 2023 il Belgio ha evacuato circa 1.000 persone, risultando “uno degli Stati UE più attivi” in queste operazioni, ha ricordato il ministro. ONG per i diritti umani e diversi deputati hanno evidenziato che la validità dei visti potrebbe scadere prima della partenza da Gaza, esponendo i beneficiari a nuovi controlli o addirittura a rifiuti. Prévot ha ammesso che potrebbero essere necessari proroghe e ha detto che un gruppo di lavoro governativo sta valutando alternative dal dicembre 2025, inclusi corridoi umanitari rapidi via Egitto, ma nessuna soluzione si è rivelata praticabile. Per i responsabili della mobilità internazionale il messaggio è chiaro: un visto belga non garantisce automaticamente un’estrazione consolare in zone di crisi. Le aziende con personale o familiari a Gaza devono predisporre piani di emergenza, assicurarsi che i passaporti siano validi per partenze scaglionate e prevedere i costi di eventuali rinnovi. Anche i consulenti per l’immigrazione avvertono che, qualora i titolari uscissero da Gaza, la polizia di frontiera belga potrebbe rilasciare i visti sostitutivi solo all’arrivo, non all’estero, complicando i tempi di inserimento per i datori di lavoro che si aspettano un avvio rapido. Il dibattito si inserisce inoltre in una più ampia discussione UE sull’opportunità di inserire nei visti Schengen clausole esplicite di “non evacuazione” per territori ad alto rischio — tema che tornerà al centro dell’incontro tra ministri della giustizia e degli interni a Bruxelles all’inizio di giugno.
Fonte: The Brussels Times
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