
Diciannove organizzazioni della società civile svizzere ed europee, tra cui Amnesty International Svizzera ed EDRi, hanno pubblicato il 4 febbraio una lettera aperta in cui esortano Berna a rinunciare alle modifiche proposte all’Ordinanza sulla sorveglianza del traffico postale e delle telecomunicazioni (VÜPF).
Il progetto di legge obbligherebbe i fornitori di VPN, le app di messaggistica e le piattaforme social attive in Svizzera a conservare i metadati degli utenti per un massimo di sei mesi, rendendoli accessibili alle forze dell’ordine. Gli esperti di privacy sostengono che la misura sia sproporzionata e violi la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in materia di conservazione generalizzata dei dati.
Sebbene il disegno di legge sia presentato come uno strumento contro il terrorismo e la criminalità informatica, gli specialisti della mobilità evidenziano un effetto pratico: i lavoratori da remoto e i trasferiti che utilizzano servizi svizzeri di privacy come Proton Mail o Threema potrebbero vedere i loro dati di connessione registrati e condivisi con autorità di altre giurisdizioni. Le aziende che instradano il traffico globale attraverso data center svizzeri per motivi legati al GDPR potrebbero dover rivedere la loro strategia di gestione del rischio.
Le aziende tecnologiche Proton e NymVPN hanno minacciato di spostare parte della loro infrastruttura all’estero, facendo eco all’allarme lanciato lo scorso anno dalla start-up di messaggistica sicura PrivadoVPN. Se approvata, la legge potrebbe compromettere la reputazione della Svizzera come porto sicuro per i dati, un elemento cruciale per le sedi multinazionali e gli espatriati che scelgono il Paese.
Il Parlamento federale ha sospeso la modifica in attesa di uno studio d’impatto indipendente, ma il Ministero della Giustizia insiste che la “conservazione mirata” resta un’opzione sul tavolo. I responsabili della mobilità devono rimanere vigili: le modifiche alle regole svizzere sulla governance dei dati possono influenzare tutto, dal monitoraggio della conformità del lavoro da remoto alla riservatezza dei fascicoli di immigrazione condivisi con consulenti esterni.
Il progetto di legge obbligherebbe i fornitori di VPN, le app di messaggistica e le piattaforme social attive in Svizzera a conservare i metadati degli utenti per un massimo di sei mesi, rendendoli accessibili alle forze dell’ordine. Gli esperti di privacy sostengono che la misura sia sproporzionata e violi la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in materia di conservazione generalizzata dei dati.
Sebbene il disegno di legge sia presentato come uno strumento contro il terrorismo e la criminalità informatica, gli specialisti della mobilità evidenziano un effetto pratico: i lavoratori da remoto e i trasferiti che utilizzano servizi svizzeri di privacy come Proton Mail o Threema potrebbero vedere i loro dati di connessione registrati e condivisi con autorità di altre giurisdizioni. Le aziende che instradano il traffico globale attraverso data center svizzeri per motivi legati al GDPR potrebbero dover rivedere la loro strategia di gestione del rischio.
Le aziende tecnologiche Proton e NymVPN hanno minacciato di spostare parte della loro infrastruttura all’estero, facendo eco all’allarme lanciato lo scorso anno dalla start-up di messaggistica sicura PrivadoVPN. Se approvata, la legge potrebbe compromettere la reputazione della Svizzera come porto sicuro per i dati, un elemento cruciale per le sedi multinazionali e gli espatriati che scelgono il Paese.
Il Parlamento federale ha sospeso la modifica in attesa di uno studio d’impatto indipendente, ma il Ministero della Giustizia insiste che la “conservazione mirata” resta un’opzione sul tavolo. I responsabili della mobilità devono rimanere vigili: le modifiche alle regole svizzere sulla governance dei dati possono influenzare tutto, dal monitoraggio della conformità del lavoro da remoto alla riservatezza dei fascicoli di immigrazione condivisi con consulenti esterni.
Fonte: TechRadar
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