
Gli avvocati che rappresentano due uomini africani deportati dagli Stati Uniti in Guinea Equatoriale denunciano che i loro clienti sono stati incappucciati, picchiati e minacciati con una pistola dalla polizia locale dopo aver parlato delle condizioni di detenzione. I due uomini fanno parte di oltre 40 migranti ospitati in un hotel di Malabo trasformato in una prigione de facto, nell’ambito di un accordo da 7,5 milioni di dollari tra il governo Obiang e l’amministrazione Trump. L’Associated Press ha raccolto testimonianze oculari secondo cui l’11 settembre gli agenti hanno fatto irruzione nelle stanze, sequestrato telefoni e arrestato Ahmed Soliman, cittadino egiziano, e Samson Birhane, eritreo, con l’accusa di aver “rotto uno specchio”. Da allora non si hanno più loro notizie. Amnesty International ritiene che gli arresti siano una ritorsione per la condivisione di un video che mostrava maltrattamenti precedenti. Il caso riaccende i riflettori sulla pratica statunitense di trasferire richiedenti asilo in paesi terzi che si impegnano a gestire il loro eventuale rimpatrio. Nonostante i giudici dell’immigrazione USA avessero concesso ai due uomini protezione contro il ritorno in Egitto e Eritrea, la loro deportazione in Guinea Equatoriale ha aggirato tali ordini, rispettando solo formalmente l’obbligo di non rimandarli nei paesi d’origine. Per le aziende multinazionali, l’episodio evidenzia i rischi per i diritti umani quando il personale o i loro familiari sono soggetti a procedimenti di espulsione statunitensi. Le persone cui viene negato lo status possono essere espulse in paesi con scarso controllo, complicando le responsabilità di tutela e la reputazione aziendale in caso di abusi. I gruppi di advocacy chiedono al Congresso di convocare audizioni e di vincolare gli aiuti alla sicurezza alla Guinea Equatoriale al trattamento umano dei trasferiti. Fino ad allora, l’hotel-prigione resta un simbolo crudo di come gli accordi geopolitici si intreccino con i percorsi individuali di mobilità.
Fonte: Associated Press
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