
In una sentenza che evidenzia l’inasprimento della posizione dell’India contro le frodi documentali, l’Alta Corte di Calcutta il 7 ottobre 2026 ha confermato la decisione delle autorità di immigrazione di negare l’ingresso a una donna bangladese sposata con un cittadino indiano. Il giudice Krishna Rao ha stabilito che il visto X-1 a ingressi multipli della coniuge era stato ottenuto grazie a documenti falsificati, tra cui tessere elettorali e PAN card contraffatte, motivo sufficiente per il rifiuto ai sensi dell’Immigration and Foreigners Act 2025. Il ricorrente aveva sostenuto che la moglie aveva viaggiato in India senza problemi per anni e che il rifiuto ad agosto all’aeroporto di Kolkata violava il diritto alla vita familiare. La corte ha respinto l’argomentazione, sottolineando che il possesso del visto non garantisce l’ingresso e che le autorità di frontiera possono effettuare controlli supplementari in presenza di segnali di frode. Per i team di mobilità internazionale, il caso rappresenta un monito: l’immigrazione indiana ora verifica le domande di visto incrociandole con banche dati nazionali. I familiari che detengono o richiedono documenti indiani ottenuti tramite matrimonio devono assicurarsi che siano autentici e aggiornati; discrepanze possono causare rifiuti d’ingresso e persino azioni penali. Gli studi legali prevedono che la sentenza incoraggerà le autorità a esaminare con maggiore attenzione i matrimoni misti, soprattutto negli stati di confine orientali. Le aziende che sponsorizzano visti familiari per dipendenti espatriati dovrebbero quindi prevedere tempi più lunghi per la raccolta documentale e sconsigliare scorciatoie come documenti d’identità ottenuti localmente.
Fonte: India Today