
Il visto per nomadi digitali del Brasile, attivo da due anni, non è più una semplice curiosità: gli enti del turismo stimano che i lavoratori da remoto abbiano immesso 1,2 miliardi di real a Rio, Florianópolis e San Paolo nel 2025. Per sfruttare al meglio questa opportunità, diversi stati stanno lanciando “pass nomadi” che combinano sconti per spazi di coworking con un rilascio rapido del CPF.
Tuttavia, gli avvocati specializzati in immigrazione avvertono che la rapida crescita sta mettendo in luce zone d’ombra. Molti richiedenti arrivano con redditi da freelance o contratti poco chiari che i consolati brasiliani faticano a verificare. Altri superano i 183 giorni di permanenza, diventando residenti fiscali senza rendersene conto. Recenti chiarimenti governativi permettono di includere i familiari nella stessa domanda e di presentare dichiarazioni di reddito notarili invece di contratti apostillati, ma gli auditor segnalano che le procedure variano molto da un consolato all’altro.
Per le multinazionali, il vantaggio del visto è evidente: i dipendenti possono lavorare con orari latinoamericani senza attivare obblighi fiscali o contributivi in Brasile, a patto che il rapporto di lavoro resti all’estero. Per questo, i team HR stanno sperimentando hub di progetto a breve termine a Recife e Curitiba.
Le best practice si stanno evolvendo rapidamente. Gli esperti consigliano di monitorare i giorni di permanenza per 12 mesi, prevedere un budget di circa 400 dollari USA per traduzioni e apostille per ogni richiedente, e registrarsi presso la Polizia Federale entro 90 giorni dall’arrivo per evitare sanzioni. Suggeriscono inoltre di inserire una clausola di rimpatrio nei contratti nel caso si verifichi involontariamente la residenza fiscale.
Con diverse destinazioni concorrenti (Colombia, Argentina) che lanceranno visti simili nel 2026, la capacità del Brasile di rafforzare la conformità senza perdere attrattiva sarà decisiva per mantenere la leadership nella corsa ai nomadi digitali in Sud America.
Tuttavia, gli avvocati specializzati in immigrazione avvertono che la rapida crescita sta mettendo in luce zone d’ombra. Molti richiedenti arrivano con redditi da freelance o contratti poco chiari che i consolati brasiliani faticano a verificare. Altri superano i 183 giorni di permanenza, diventando residenti fiscali senza rendersene conto. Recenti chiarimenti governativi permettono di includere i familiari nella stessa domanda e di presentare dichiarazioni di reddito notarili invece di contratti apostillati, ma gli auditor segnalano che le procedure variano molto da un consolato all’altro.
Per le multinazionali, il vantaggio del visto è evidente: i dipendenti possono lavorare con orari latinoamericani senza attivare obblighi fiscali o contributivi in Brasile, a patto che il rapporto di lavoro resti all’estero. Per questo, i team HR stanno sperimentando hub di progetto a breve termine a Recife e Curitiba.
Le best practice si stanno evolvendo rapidamente. Gli esperti consigliano di monitorare i giorni di permanenza per 12 mesi, prevedere un budget di circa 400 dollari USA per traduzioni e apostille per ogni richiedente, e registrarsi presso la Polizia Federale entro 90 giorni dall’arrivo per evitare sanzioni. Suggeriscono inoltre di inserire una clausola di rimpatrio nei contratti nel caso si verifichi involontariamente la residenza fiscale.
Con diverse destinazioni concorrenti (Colombia, Argentina) che lanceranno visti simili nel 2026, la capacità del Brasile di rafforzare la conformità senza perdere attrattiva sarà decisiva per mantenere la leadership nella corsa ai nomadi digitali in Sud America.
Fonte: VisaHQ
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