
Due rifugiati sudanesi hanno avviato un ricorso giudiziario contro i piani radicali del Ministero dell’Interno di ridurre il permesso standard di soggiorno per rifugiati da cinque anni a 30 mesi. Il caso, rivelato da The Guardian il 6 maggio 2026, rappresenta il primo test in tribunale delle riforme promosse dal Segretario di Stato per l’Interno Shabana Mahmood, che sostiene come un permesso più breve scoraggerà le traversate del Canale della Manica su piccole imbarcazioni.
Secondo la nuova politica, i rifugiati dovrebbero rinnovare il loro status otto volte prima di poter accedere alla residenza permanente, allungando il percorso verso il permesso di soggiorno illimitato fino a 20 anni. Anche i diritti di ricongiungimento familiare verrebbero limitati, a meno che i richiedenti non soddisfino una nuova soglia di reddito ancora da definire.
L’UNHCR ha criticato pubblicamente il piano, avvertendo che “creerà maggiore incertezza per i rifugiati e influenzerà negativamente l’integrazione e la coesione sociale.” Gli avvocati dei richiedenti sudanesi sostengono che la politica sia indirettamente discriminatoria — la maggior parte dei richiedenti sudanesi (96% nel 2025) ottiene già protezione — e non supportata da prove che uno status temporaneo riduca gli arrivi. Sottolineano inoltre che i continui rinnovi sovraccaricheranno un sistema di gestione delle domande d’asilo già alle prese con ritardi record, costi che ricadono infine sui contribuenti e sulle imprese.
Per i datori di lavoro, la posta in gioco è alta. Il personale il cui status deve essere rinnovato ogni 30 mesi richiederà controlli continui sul diritto al lavoro; un rinnovo mancato potrebbe comportare il licenziamento immediato secondo le norme sulle sanzioni civili. Le aziende con programmi di assunzione di rifugiati potrebbero dover rivedere le politiche HR e aumentare i budget per il supporto legale per mantenere i dipendenti preziosi.
La Corte Suprema dovrebbe decidere questa estate se accelerare il procedimento. Se il ricorso avrà successo, il Ministero dell’Interno potrebbe essere costretto a rivedere la politica, aggiungendo ulteriore instabilità a un panorama migratorio britannico già in evoluzione.
Secondo la nuova politica, i rifugiati dovrebbero rinnovare il loro status otto volte prima di poter accedere alla residenza permanente, allungando il percorso verso il permesso di soggiorno illimitato fino a 20 anni. Anche i diritti di ricongiungimento familiare verrebbero limitati, a meno che i richiedenti non soddisfino una nuova soglia di reddito ancora da definire.
L’UNHCR ha criticato pubblicamente il piano, avvertendo che “creerà maggiore incertezza per i rifugiati e influenzerà negativamente l’integrazione e la coesione sociale.” Gli avvocati dei richiedenti sudanesi sostengono che la politica sia indirettamente discriminatoria — la maggior parte dei richiedenti sudanesi (96% nel 2025) ottiene già protezione — e non supportata da prove che uno status temporaneo riduca gli arrivi. Sottolineano inoltre che i continui rinnovi sovraccaricheranno un sistema di gestione delle domande d’asilo già alle prese con ritardi record, costi che ricadono infine sui contribuenti e sulle imprese.
Per i datori di lavoro, la posta in gioco è alta. Il personale il cui status deve essere rinnovato ogni 30 mesi richiederà controlli continui sul diritto al lavoro; un rinnovo mancato potrebbe comportare il licenziamento immediato secondo le norme sulle sanzioni civili. Le aziende con programmi di assunzione di rifugiati potrebbero dover rivedere le politiche HR e aumentare i budget per il supporto legale per mantenere i dipendenti preziosi.
La Corte Suprema dovrebbe decidere questa estate se accelerare il procedimento. Se il ricorso avrà successo, il Ministero dell’Interno potrebbe essere costretto a rivedere la politica, aggiungendo ulteriore instabilità a un panorama migratorio britannico già in evoluzione.
Fonte: The Guardian
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