
In una votazione serale a Strasburgo il 17 giugno 2026, il Parlamento Europeo ha superato l’ultimo ostacolo legislativo per la tanto discussa riforma delle norme UE su rimpatri e detenzione degli immigrati irregolari. 418 eurodeputati hanno votato a favore, 218 contro.
Secondo il nuovo Regolamento, gli Stati membri potranno trattenere i migranti destinati al rimpatrio fino a due anni, effettuare perquisizioni di locali e effetti personali per recuperare documenti d’identità e, soprattutto, trasferire le persone cui è stato negato l’ingresso in appositi “hub di rimpatrio” situati fuori dal territorio UE.
L’Austria si è subito mossa per porsi in prima linea nel nuovo sistema. Il ministro dell’Interno Gerhard Karner ha confermato a Vienna che sono già in corso colloqui esplorativi con diversi Paesi terzi per centri di gestione offshore; fonti governative riferiscono che si punta a firmare i primi accordi entro fine anno, per aprire le strutture nel 2027. Vienna sostiene che gli hub esterni spezzeranno il modello di business dei trafficanti e allevieranno la pressione alle frontiere interne dell’area Schengen, dove l’Austria mantiene controlli con quattro Paesi confinanti dal 2015.
Manager di aziende e mobilità internazionale dovranno tenere conto che il pacchetto modificherà diverse procedure quotidiane di conformità. Le imprese che sponsorizzano permessi di lavoro o ICT per cittadini di Paesi terzi dovranno dimostrare con ancora maggiore chiarezza che i propri assegnatari non rientrano nella nuova procedura accelerata di rimpatrio. I vettori operanti all’aeroporto di Vienna-Schwechat sono stati avvisati di prepararsi a controlli documentali più rigorosi; la mancata individuazione di passeggeri con documenti insufficienti potrà ora comportare sanzioni più severe per le compagnie.
ONG per i diritti umani e diverse grandi multinazionali con programmi significativi di assunzione di rifugiati hanno condannato il voto definendolo un “capitolo oscuro per l’Europa”. Sostengono che la lunga detenzione e l’esternalizzazione rischiano di danneggiare la reputazione delle aziende che forniscono servizi o logistica agli hub.
Tuttavia, lo slancio politico lascia prevedere un’attuazione rapida: Austria, Danimarca, Grecia, Germania e Paesi Bassi formano già un “gruppo di primi attuatori” che sostiene il finanziamento condiviso UE per i centri.
Per i team di mobilità globale, la prima indicazione è monitorare la legislazione secondaria a livello nazionale. L’Austria intende recepire il Regolamento con decreto ministeriale prima della pausa estiva, con nuove regole di responsabilità per i vettori e sanzioni per mancata cooperazione che entreranno in vigore 30 giorni dopo la pubblicazione. Le aziende che spostano personale in o attraverso l’Austria dovranno quindi rivedere i controlli di idoneità al viaggio, soprattutto per trasferte a breve termine di titolari di passaporti non UE.
Secondo il nuovo Regolamento, gli Stati membri potranno trattenere i migranti destinati al rimpatrio fino a due anni, effettuare perquisizioni di locali e effetti personali per recuperare documenti d’identità e, soprattutto, trasferire le persone cui è stato negato l’ingresso in appositi “hub di rimpatrio” situati fuori dal territorio UE.
L’Austria si è subito mossa per porsi in prima linea nel nuovo sistema. Il ministro dell’Interno Gerhard Karner ha confermato a Vienna che sono già in corso colloqui esplorativi con diversi Paesi terzi per centri di gestione offshore; fonti governative riferiscono che si punta a firmare i primi accordi entro fine anno, per aprire le strutture nel 2027. Vienna sostiene che gli hub esterni spezzeranno il modello di business dei trafficanti e allevieranno la pressione alle frontiere interne dell’area Schengen, dove l’Austria mantiene controlli con quattro Paesi confinanti dal 2015.
Manager di aziende e mobilità internazionale dovranno tenere conto che il pacchetto modificherà diverse procedure quotidiane di conformità. Le imprese che sponsorizzano permessi di lavoro o ICT per cittadini di Paesi terzi dovranno dimostrare con ancora maggiore chiarezza che i propri assegnatari non rientrano nella nuova procedura accelerata di rimpatrio. I vettori operanti all’aeroporto di Vienna-Schwechat sono stati avvisati di prepararsi a controlli documentali più rigorosi; la mancata individuazione di passeggeri con documenti insufficienti potrà ora comportare sanzioni più severe per le compagnie.
ONG per i diritti umani e diverse grandi multinazionali con programmi significativi di assunzione di rifugiati hanno condannato il voto definendolo un “capitolo oscuro per l’Europa”. Sostengono che la lunga detenzione e l’esternalizzazione rischiano di danneggiare la reputazione delle aziende che forniscono servizi o logistica agli hub.
Tuttavia, lo slancio politico lascia prevedere un’attuazione rapida: Austria, Danimarca, Grecia, Germania e Paesi Bassi formano già un “gruppo di primi attuatori” che sostiene il finanziamento condiviso UE per i centri.
Per i team di mobilità globale, la prima indicazione è monitorare la legislazione secondaria a livello nazionale. L’Austria intende recepire il Regolamento con decreto ministeriale prima della pausa estiva, con nuove regole di responsabilità per i vettori e sanzioni per mancata cooperazione che entreranno in vigore 30 giorni dopo la pubblicazione. Le aziende che spostano personale in o attraverso l’Austria dovranno quindi rivedere i controlli di idoneità al viaggio, soprattutto per trasferte a breve termine di titolari di passaporti non UE.
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