
Durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Ministro dell’Interno austriaco Gerhard Karner ha annunciato una nuova “offensiva” per intensificare i rimpatri forzati dei richiedenti asilo respinti verso Siria e Iraq. Karner ha riferito di aver tenuto colloqui bilaterali con i colleghi di Svizzera, Germania e Balcani per organizzare voli charter congiunti e istituire centri di rimpatrio extraterritoriali fuori dall’UE, in linea con alcuni aspetti del prossimo Patto europeo sulle migrazioni.
Attualmente l’Austria evita le espulsioni verso la Siria dilaniata dalla guerra per motivi di sicurezza e diritti umani, concedendo invece permessi di soggiorno “tollerati” che garantiscono solo un accesso limitato al mercato del lavoro. Il ministro ha sostenuto che alcune aree di Siria e Iraq sono ormai “sufficientemente stabili” per i rimpatri e che l’Austria deve “ripristinare la credibilità del proprio sistema di asilo”. Le ONG hanno subito messo in dubbio la legittimità del piano, citando gli obblighi di non-refoulement sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Per i datori di lavoro, l’annuncio solleva questioni pratiche. I lavoratori il cui status legale dipende dal soggiorno umanitario potrebbero perdere improvvisamente il permesso, mentre i team HR che sponsorizzano le Red-White-Red Card devono prepararsi a rischi reputazionali qualora i dipendenti vengano coinvolti in operazioni di controllo. Gli avvocati specializzati in immigrazione prevedono un aumento dei ricorsi e delle domande di permessi di lavoro, poiché i migranti a rischio cercheranno alternative all’espulsione.
L’iniziativa di Karner riflette una tendenza regionale più ampia: anche Germania e Danimarca stanno valutando la designazione di “zone sicure” in alcune aree della Siria. Se l’Austria procederà, potrebbe mettere alla prova il prossimo meccanismo UE di Sponsorizzazione dei Rimpatri, che prevede la condivisione di responsabilità e responsabilità legale tra gli Stati membri per le espulsioni. Le decisioni finali sono attese dopo una missione di verifica del Ministero dell’Interno a Baghdad e Damasco prevista per marzo.
Attualmente l’Austria evita le espulsioni verso la Siria dilaniata dalla guerra per motivi di sicurezza e diritti umani, concedendo invece permessi di soggiorno “tollerati” che garantiscono solo un accesso limitato al mercato del lavoro. Il ministro ha sostenuto che alcune aree di Siria e Iraq sono ormai “sufficientemente stabili” per i rimpatri e che l’Austria deve “ripristinare la credibilità del proprio sistema di asilo”. Le ONG hanno subito messo in dubbio la legittimità del piano, citando gli obblighi di non-refoulement sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Per i datori di lavoro, l’annuncio solleva questioni pratiche. I lavoratori il cui status legale dipende dal soggiorno umanitario potrebbero perdere improvvisamente il permesso, mentre i team HR che sponsorizzano le Red-White-Red Card devono prepararsi a rischi reputazionali qualora i dipendenti vengano coinvolti in operazioni di controllo. Gli avvocati specializzati in immigrazione prevedono un aumento dei ricorsi e delle domande di permessi di lavoro, poiché i migranti a rischio cercheranno alternative all’espulsione.
L’iniziativa di Karner riflette una tendenza regionale più ampia: anche Germania e Danimarca stanno valutando la designazione di “zone sicure” in alcune aree della Siria. Se l’Austria procederà, potrebbe mettere alla prova il prossimo meccanismo UE di Sponsorizzazione dei Rimpatri, che prevede la condivisione di responsabilità e responsabilità legale tra gli Stati membri per le espulsioni. Le decisioni finali sono attese dopo una missione di verifica del Ministero dell’Interno a Baghdad e Damasco prevista per marzo.
Fonte: Kurier
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