
Il 29 giugno, un tribunale distrettuale degli Stati Uniti ha emesso una sentenza storica nel caso Dorcas International contro USCIS, annullando una direttiva interna dell’agenzia che aveva sospeso indefinitamente le domande di immigrazione di cittadini di 39 paesi. La cosiddetta “pausa”, introdotta all’inizio del secondo mandato del presidente Trump, aveva bloccato pratiche di cambio di status, richieste di permessi di lavoro e casi di naturalizzazione, causando frustrazione tra i datori di lavoro e separando famiglie per mesi. La giudice Marianne Dalton ha stabilito che l’USCIS ha superato i limiti del proprio potere legale rifiutandosi di esaminare petizioni presentate regolarmente. Pur potendo richiedere ulteriori prove o respingere una domanda nel merito, l’agenzia non può imporre un blocco generalizzato basato unicamente sulla nazionalità del richiedente. L’ordinanza impone all’USCIS di riprendere immediatamente l’elaborazione delle pratiche e di emettere decisioni entro i tempi standard previsti. Per i programmi di mobilità aziendale, la sentenza è di grande rilievo: molte multinazionali non potevano avanzare richieste di green card o prorogare l’autorizzazione al lavoro per dipendenti provenienti dai paesi interessati, costringendo a costosi riorganizzazioni di progetti e, in alcuni casi, al rimpatrio. I datori di lavoro sono invitati a monitorare attentamente i portali di stato delle pratiche; le domande contrassegnate come “in attesa di revisione di sicurezza” dovrebbero riprendere iter nelle prossime settimane. Il Dipartimento di Giustizia non ha ancora annunciato se presenterà ricorso, ma gli esperti avvertono che potrebbe essere richiesta una sospensione. In ogni caso, la decisione ribadisce un messaggio chiaro emerso dai tribunali federali in questa sessione: le agenzie per l’immigrazione devono attenersi al testo chiaro dell’Immigration and Nationality Act quando prendono decisioni sui singoli casi, sia per accettarli sia per respingerli.
Fonte: Rose Law Group Reporter
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