
In una sentenza pubblicata il 21 settembre 2026, la Corte Suprema Federale del Brasile (STF) ha ribadito che il potere di concedere o negare un visto d’ingresso spetta quasi esclusivamente al ramo esecutivo. La Seconda Sezione ha respinto un ricorso che mirava a obbligare il Ministero degli Affari Esteri a rilasciare un visto turistico, richiamando una giurisprudenza consolidata secondo cui il rilascio del visto è un atto amministrativo discrezionale basato sull’articolo 84 (VII) della Costituzione. La sentenza è particolarmente rilevante per le aziende che invitano regolarmente personale straniero, investitori e clienti in Brasile. Sebbene i richiedenti possano ancora contestare i rifiuti che appaiono discriminatori o arbitrari, la Corte ha sottolineato che tali obiezioni devono prima essere sollevate attraverso i canali amministrativi prima di poter accedere a un controllo giudiziario. La STF ha inoltre ribadito che i tribunali interverranno solo in circostanze eccezionali, ad esempio quando un rifiuto viola garanzie costituzionali come l’unità familiare o la protezione umanitaria. Gli esperti legali osservano che la sentenza dovrebbe frenare l’ondata recente di cause in cui i richiedenti tentavano di utilizzare misure cautelari per accelerare l’elaborazione dei visti. «Il messaggio è che la politica migratoria è una questione di sovranità statale; i tribunali non sono un ufficio visti parallelo», ha dichiarato l’avvocato specializzato in immigrazione Carla Paiva. Per le multinazionali, la lezione è la necessità di prevedere tempistiche realistiche nella pianificazione delle assegnazioni e di assicurarsi che la documentazione di supporto anticipi eventuali criticità. Le aziende potrebbero voler rafforzare i programmi interni di compliance affinché il contenzioso dell’ultimo minuto non sia più considerato una strategia di riserva praticabile. In definitiva, la decisione della Corte chiarisce che, salvo chiari abusi di potere, le determinazioni esecutive sui visti rimarranno valide. I responsabili della mobilità dovrebbero quindi collaborare proattivamente con gli uffici consolari e valutare sin dalle prime fasi del progetto categorie alternative di autorizzazione al lavoro.
Fonte: Jusbrasil