
Le autorità svizzere per la migrazione sono sotto accusa dopo la scoperta che un cittadino kosovaro di 34 anni è entrato ripetutamente in Svizzera usando un’identità francese falsa, riuscendo persino a registrare due società prima di essere fermato al confine di Ginevra lo scorso weekend. Secondo diversi media svizzeri citati da The Local il 12 ottobre, l’uomo si era presentato agli uffici migratori di Zurigo e Ginevra spacciandosi per un residente francese che lavorava nella regione di confine. Presentando documenti d’identità francesi contraffatti, ha ottenuto un ambito permesso G, che consente ai cittadini stranieri residenti nell’UE di spostarsi quotidianamente o settimanalmente per lavoro in Svizzera. I titolari di questo permesso godono di procedure d’immigrazione semplificate, contributi sociali ridotti e – fondamentale per molti datori di lavoro – sono esentati dalle quote annuali previste per le assunzioni dall’estero. Con il permesso G, il truffatore ha potuto aprire due società a responsabilità limitata nei registri commerciali dei cantoni interessati. Gli investigatori sospettano ora che le aziende non siano mai state operative e servissero principalmente per riciclaggio di denaro e frode sui visti. Il caso ha riacceso il dibattito sulla possibile vulnerabilità del sistema migratorio svizzero, decentralizzato e basato su 26 uffici cantonali che rilasciano permessi di lavoro e soggiorno in autonomia, lasciando potenziali falle sfruttabili da criminali esperti. I critici sottolineano che Zurigo e Ginevra non condividono un database in tempo reale delle scansioni biometriche dei passaporti, permettendo così a documenti falsi dell’UE di passare se le caratteristiche di sicurezza fisica sembrano autentiche. In risposta, la Segreteria di Stato della Migrazione (SEM) ha annunciato l’accelerazione dei piani per integrare gli uffici cantonali in una piattaforma unica di riconoscimento biometrico collegata al Sistema d’Entrata/Uscita dell’UE (EES), che sarà operativo a livello nazionale entro la fine del 2026. I funzionari SEM hanno inoltre confermato che, a partire dal prossimo mese, tutti i nuovi richiedenti il permesso G dovranno fornire le impronte digitali e acconsentire a controlli automatizzati contro le banche dati di Interpol – una misura finora richiesta solo ai cittadini non UE che richiedono il soggiorno a lungo termine. Per i datori di lavoro, l’episodio rappresenta un forte richiamo ai loro obblighi di due diligence. Gli esperti di diritto del lavoro consigliano ai reparti HR di verificare le identità UE tramite le nuove app mobili fornite dall’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini, di controllare i numeri di partita IVA delle società di servizi e, in caso di dubbi, di richiedere conferme direttamente agli uffici migratori cantonali. Le aziende che assumono inconsapevolmente titolari di permessi falsi rischiano multe fino a 30.000 franchi svizzeri e, nei casi gravi, il divieto temporaneo di reclutare personale straniero. Sebbene il sospettato sia stato multato e ora sia in custodia cautelare, gli esperti di migrazione avvertono che l’attrattiva economica degli stipendi svizzeri continuerà a incentivare le frodi documentali. «Con la condivisione dati in tempo reale, biometria più rigorosa e maggiore consapevolezza da parte dei datori di lavoro possiamo chiudere la maggior parte delle falle», afferma l’avvocato ginevrino specializzato in immigrazione Philippe Kohler, «ma il rischio zero non esiste. Il prezzo di un mercato del lavoro aperto è la vigilanza costante.»
Fonte: The Local Switzerland
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