
Gli esportatori di servizi indiani hanno conquistato un mercato ambito con l’entrata in vigore, alle 00:01 IST del 20 ottobre, dell’Accordo di Libero Scambio (FTA) tra India e Nuova Zelanda. L’intesa crea un canale temporaneo dedicato che consente a fino a 5.000 cittadini indiani di vivere e lavorare in Nuova Zelanda per un massimo di tre anni consecutivi. Le professioni coinvolte spaziano dall’IT, ingegneria, costruzioni, sanità ed educazione, fino a nicchie culturali come istruttori di yoga e insegnanti di musica classica. Sono previsti flussi distinti per trasferimenti intra-aziendali (soggiorni di tre anni), fornitori di servizi contrattuali (12 mesi) e visitatori d’affari a breve termine o installatori di attrezzature (90 giorni in un arco di 12 mesi). A differenza del sistema MATES australiano, che si basa su una lotteria annuale, la quota neozelandese è “rotativa”, cioè si liberano nuovi posti man mano che i titolari di visto precedenti lasciano il Paese. I datori di lavoro devono comunque rispettare test locali sul mercato del lavoro e soglie salariali minime fissate al 120% della retribuzione mediana neozelandese. Secondo i funzionari commerciali, l’accordo potrebbe triplicare il commercio bilaterale di servizi, raggiungendo i 7 miliardi di dollari neozelandesi entro il 2030. Per le aziende IT indiane già presenti ad Auckland e Wellington, questa via rappresenta un’alternativa più economica rispetto a mercati più saturi come Canada e Regno Unito. Si prevede che le piccole società di consulenza specializzate in cybersecurity e fintech saranno tra le prime a fare domanda. Passi pratici: le imprese indiane dovrebbero allineare i progetti neozelandesi al calendario delle quote, preparare prove solide di corrispondenza delle competenze e informare i dipendenti sui costi elevati della vita e sulla scarsità di alloggi in affitto nelle principali città kiwi. Un coinvolgimento precoce con l’immigrazione neozelandese sarà fondamentale, dato che i tempi di elaborazione puntano a 21 giorni di calendario per le domande “semplici”.
Fonte: Business Standard
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