
Il presidente Donald Trump, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 24 febbraio, ha rilanciato con decisione politiche migratorie aggressive, affermando che “zero immigrati illegali” sono entrati nel paese negli ultimi nove mesi e sollecitando il Congresso a approvare il Save America Act, che vieterebbe ai non cittadini di votare in qualsiasi elezione negli Stati Uniti e imporrebbe sanzioni penali ai funzionari che ostacolano le espulsioni federali. In un’aula in cui molti democratici hanno boicottato il discorso, il presidente ha dichiarato che il confine è ora “il più sicuro nella storia americana” e ha chiesto la fine delle cosiddette “città santuario letali”. Ha inoltre attribuito il blocco parziale del governo, allora al decimo giorno, al rifiuto dei democratici di finanziare il Dipartimento della Sicurezza Interna, un attacco che ha trovato eco tra gli operatori della mobilità internazionale, alle prese con la sospensione simultanea del programma Global Entry. Dal punto di vista della mobilità globale, il discorso segnala un inasprimento delle priorità di controllo interno che potrebbe intensificare le verifiche I-9 sul posto di lavoro e ampliare l’uso delle espulsioni accelerate oltre le zone di confine. I legali aziendali si aspettano che l’amministrazione riproponga una proposta del 2020 che richiede alle aziende di attestare semestralmente di non impiegare lavoratori non autorizzati, creando di fatto un obbligo nazionale di E-Verify tramite regolamento. La retorica dura del discorso complica anche le trattative bipartisan sulle riforme dei visti per lavoratori altamente qualificati: diversi moderati del Senato speravano di abbinare l’eliminazione dell’aumento delle tariffe H-1B a un modesto finanziamento per la sicurezza del confine, ma dopo il discorso i funzionari della Casa Bianca hanno dichiarato che “qualsiasi legge che allenti l’immigrazione prima che il confine sia sicuro è fuori discussione”. I responsabili della mobilità devono prepararsi a un contesto normativo volatile: le azioni esecutive possono arrivare più rapidamente della legislazione e le aziende potrebbero dover rivedere i tempi di trasferimento se ulteriori controlli su ingressi e uscite o regole sull’identificazione degli elettori dovessero allungare i tempi di valutazione presso USCIS e CBP.
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