
Un nuovo sondaggio condotto dall'Asylum Seeker Resource Centre (ASRC) ha messo in luce il paradosso al centro del regime australiano di gestione offshore dei richiedenti asilo: nonostante il governo federale abbia speso quasi un miliardo di dollari nell'ultimo anno fiscale – pari a oltre 9 milioni di dollari australiani per ciascuno dei circa 100 rifugiati e richiedenti asilo a Nauru – molti sostengono che l'assegno quindicinale di 260 dollari australiani sia insufficiente per acquistare cibo e acqua potabile. Un reportage di Guardian Australia del 20 luglio 2026 racconta di detenuti che razionano i pasti, affrontano prezzi dei prodotti fino a tre volte superiori rispetto all’Australia e lottano con forniture di acqua piovana non pulita. I risultati seguono la dichiarazione di bilancio del Ministero degli Affari Interni, che ha rivelato un contratto quinquennale da 791 milioni di dollari australiani con l’operatore carcerario statunitense MTC Australia per la gestione della struttura sull’isola, oltre a 106 milioni per i servizi medici. Il centro di detenzione di Nauru, svuotato brevemente nel 2023, ospita nuovamente più di 100 persone provenienti da Cina, Bangladesh, Pakistan e altri paesi, che hanno tentato di raggiungere l’Australia via mare dopo il 2023. Secondo una politica bipartisan, queste persone non saranno mai reinsediate in Australia, nemmeno se riconosciute come rifugiate; dovranno invece attendere un accordo con un terzo paese. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che i dati dimostrano come il modello sia non solo economicamente irrazionale, ma anche dannoso. Jana Favero, vicedirettrice esecutiva dell’ASRC, ha definito il sistema “completamente fallito”, aggiungendo che neppure gli standard minimi di nutrizione e acqua vengono rispettati. Il governo sostiene che gli assegni sono adeguati al costo della vita locale e vengono rivisti regolarmente. Per le multinazionali, la controversia riaccende rischi reputazionali e di conformità legati alla subappaltazione o agli investimenti in fornitori connessi alla gestione offshore. Inoltre, preannuncia possibili cambiamenti di policy, mentre le pressioni fiscali e umanitarie si intensificano in vista del ciclo di bilancio 2026-27.
Fonte: The Guardian
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