
Le carte di soggiorno speciali—note come “carta S” per il personale delle organizzazioni internazionali e “carta P” per i loro familiari—sono state a lungo considerate un trampolino verso lo status di residente permanente dopo cinque anni di residenza in Belgio. Il 20 ottobre 2026, lo studio legale specializzato in immigrazione Altea ha segnalato che l’Ufficio Immigrazione (IO) ha adottato una nuova linea guida interna che rifiuta sistematicamente a questi titolari l’accesso allo status di residente di lungo periodo nell’UE. In precedenza, l’IO sosteneva che i possessori delle carte di protocollo fossero esclusi “in linea di principio”, posizione più volte ribaltata dal Consiglio per il Contenzioso in materia di Stranieri (CALL). La nuova politica cambia il ragionamento: l’IO ora afferma che le carte S e P implicano una residenza “esclusivamente a titolo temporaneo”, anche quando il contratto di lavoro sottostante è a tempo indeterminato. Gli avvocati sottolineano che questa interpretazione è in contrasto con la Direttiva UE 2003/109/CE e con la giurisprudenza recente della Corte di Giustizia, che stabilisce come a determinare la temporaneità della residenza siano la possibilità di rinnovo e la durata effettiva, non l’etichetta. Per le multinazionali con sede a Bruxelles—dalle agenzie UE ai fornitori della NATO—questa modifica complica la fidelizzazione dei talenti. I coniugi del personale potrebbero non poter lavorare senza mettere a rischio il proprio status, e i figli nati in Belgio potrebbero perdere la possibilità di acquisire la cittadinanza belga, che richiede un genitore con residenza illimitata. I team HR stanno quindi rivedendo la durata delle missioni, le strategie di sponsorizzazione e i piani di emergenza per i familiari con percorsi di carriera. Gli esperti legali prevedono una nuova ondata di contenziosi, richiamando le sentenze CALL 327.545 (3 giugno 2025) e 335.083 (28 ottobre 2025) che hanno respinto argomentazioni simili dell’IO. Nel frattempo, ai titolari delle carte interessati si consiglia di conservare prove dettagliate di integrazione (documenti scolastici, dichiarazioni fiscali, contratti di affitto) e di presentare ricorso entro 30 giorni da ogni rifiuto. Le aziende potrebbero inoltre valutare la via del permesso unico per l’autorizzazione al lavoro, che non dipende dallo status diplomatico.
Fonte: Altea Lawyers
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