
Nuovi dati pubblicati dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) il 5 novembre rivelano che nel 2023 ben 225.000 cittadini indiani hanno acquisito la cittadinanza in paesi OCSE, il numero più alto mai registrato per una singola nazionalità, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente.
Secondo quanto riportato da Business Today, questi dati confermano il predominio dell’India nei flussi migratori ad alta specializzazione. Solo nel Regno Unito sono stati concessi 144.000 passaporti a cittadini indiani, molti dei quali grazie al visto per operatori sanitari e assistenziali, seguiti da Canada (140.000) e Stati Uniti (68.000).
Gli esperti di politiche migratorie attribuiscono questa tendenza a una combinazione di restrizioni più severe sui visti temporanei — tra cui aumenti significativi delle tariffe e lotterie per i visti H-1B negli USA — e alla carenza di personale post-pandemia nei settori sanitario e tecnologico in tutta l’OCSE. La naturalizzazione, spiegano, offre ai professionisti indiani una sicurezza a lungo termine e una mobilità interna alle aziende più agevole rispetto ai permessi di lavoro rinnovabili.
Per i datori di lavoro indiani, questi dati rappresentano una possibile sfida di “fuga di cervelli”: una volta naturalizzati, i professionisti sono meno propensi a tornare in India con contratti locali. Allo stesso tempo, le multinazionali vedono un’opportunità nel reclutare titolari di doppio passaporto, che possono viaggiare senza visto in più giurisdizioni, per i loro hub regionali.
L’OCSE prevede che le naturalizzazioni di cittadini indiani rimarranno sopra le 200.000 all’anno fino al 2027, anche se la quota degli Stati Uniti diminuirà, mentre quella dell’Europa continentale crescerà grazie ai nuovi programmi di attrazione dei talenti in Germania, Francia e Paesi Bassi.
Secondo quanto riportato da Business Today, questi dati confermano il predominio dell’India nei flussi migratori ad alta specializzazione. Solo nel Regno Unito sono stati concessi 144.000 passaporti a cittadini indiani, molti dei quali grazie al visto per operatori sanitari e assistenziali, seguiti da Canada (140.000) e Stati Uniti (68.000).
Gli esperti di politiche migratorie attribuiscono questa tendenza a una combinazione di restrizioni più severe sui visti temporanei — tra cui aumenti significativi delle tariffe e lotterie per i visti H-1B negli USA — e alla carenza di personale post-pandemia nei settori sanitario e tecnologico in tutta l’OCSE. La naturalizzazione, spiegano, offre ai professionisti indiani una sicurezza a lungo termine e una mobilità interna alle aziende più agevole rispetto ai permessi di lavoro rinnovabili.
Per i datori di lavoro indiani, questi dati rappresentano una possibile sfida di “fuga di cervelli”: una volta naturalizzati, i professionisti sono meno propensi a tornare in India con contratti locali. Allo stesso tempo, le multinazionali vedono un’opportunità nel reclutare titolari di doppio passaporto, che possono viaggiare senza visto in più giurisdizioni, per i loro hub regionali.
L’OCSE prevede che le naturalizzazioni di cittadini indiani rimarranno sopra le 200.000 all’anno fino al 2027, anche se la quota degli Stati Uniti diminuirà, mentre quella dell’Europa continentale crescerà grazie ai nuovi programmi di attrazione dei talenti in Germania, Francia e Paesi Bassi.
Fonte: Business Today
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