
Una controversia legale e politica di alto profilo si è riaperta tra Westminster e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) dopo che i funzionari di Strasburgo hanno manifestato resistenza alla spinta britannica per regole più severe sulle espulsioni. Parlando a Bruxelles il 12 dicembre, il Segretario Generale del Consiglio d’Europa Alain Berset ha avvertito il Regno Unito che qualsiasi tentativo di indebolire gli Articoli 3 e 8 della Convenzione Europea — che proteggono le persone da “trattamenti disumani” e tutelano la vita familiare — richiederebbe il consenso unanime di tutti i 46 Stati membri.
L’intervento è arrivato pochi giorni dopo che la Segretaria agli Interni Shabana Mahmood ha presentato emendamenti al Border Security, Asylum and Immigration Bill volti ad accelerare l’espulsione di criminali stranieri e richiedenti asilo respinti. I ministri sostengono che la formulazione attuale della Convenzione consente ricorsi legali tardivi — spesso presentati durante il viaggio — che ostacolano le espulsioni e alimentano il malcontento pubblico sull’immigrazione irregolare.
Mentre il governo insiste sul fatto di voler “riformare, non rompere”, i deputati conservatori e diversi editoriali dei tabloid hanno subito rilanciato la richiesta che il Regno Unito abbandoni del tutto la Corte se i negoziati dovessero arenarsi. Il Segretario ombra alla Giustizia Robert Jenrick ha condiviso questo punto di vista, definendo una riforma completa “irrealistica” nell’ambito delle strutture attuali. L’ufficio del Primo Ministro Keir Starmer ha adottato un tono più prudente, riconoscendo “progressi modesti” ma sostenendo che la modernizzazione della CEDU è ancora possibile.
Per gli operatori della mobilità internazionale, l’esito è cruciale su due fronti. Primo, le multinazionali dipendono da regole di espulsione prevedibili quando il personale distaccato supera i visti o affronta procedimenti penali. Secondo, un’eventuale uscita del Regno Unito dalla Convenzione creerebbe incertezza legale sui diritti di ricongiungimento familiare, fondamentali per molti incarichi a lungo termine. I consulenti per l’immigrazione stanno quindi esortando i datori di lavoro ad accelerare le verifiche sui casi a rischio e a conservare prove documentali che dimostrino la proporzionalità di eventuali espulsioni del personale. Se il Regno Unito decidesse di legiferare internamente in modo conflittuale con la giurisprudenza della Convenzione, le aziende potrebbero affrontare ricorsi paralleli nei tribunali britannici ed europei — una ricetta per ritardi e costi.
Il prossimo momento critico sarà il ministeriale del Consiglio d’Europa previsto per febbraio 2026, dove il Regno Unito e 26 Stati alleati intendono presentare una proposta formale di riforma. Fino ad allora, i team di mobilità dovrebbero monitorare l’iter del disegno di legge e mantenere aggiornati i piani di emergenza per le azioni di espulsione.
L’intervento è arrivato pochi giorni dopo che la Segretaria agli Interni Shabana Mahmood ha presentato emendamenti al Border Security, Asylum and Immigration Bill volti ad accelerare l’espulsione di criminali stranieri e richiedenti asilo respinti. I ministri sostengono che la formulazione attuale della Convenzione consente ricorsi legali tardivi — spesso presentati durante il viaggio — che ostacolano le espulsioni e alimentano il malcontento pubblico sull’immigrazione irregolare.
Mentre il governo insiste sul fatto di voler “riformare, non rompere”, i deputati conservatori e diversi editoriali dei tabloid hanno subito rilanciato la richiesta che il Regno Unito abbandoni del tutto la Corte se i negoziati dovessero arenarsi. Il Segretario ombra alla Giustizia Robert Jenrick ha condiviso questo punto di vista, definendo una riforma completa “irrealistica” nell’ambito delle strutture attuali. L’ufficio del Primo Ministro Keir Starmer ha adottato un tono più prudente, riconoscendo “progressi modesti” ma sostenendo che la modernizzazione della CEDU è ancora possibile.
Per gli operatori della mobilità internazionale, l’esito è cruciale su due fronti. Primo, le multinazionali dipendono da regole di espulsione prevedibili quando il personale distaccato supera i visti o affronta procedimenti penali. Secondo, un’eventuale uscita del Regno Unito dalla Convenzione creerebbe incertezza legale sui diritti di ricongiungimento familiare, fondamentali per molti incarichi a lungo termine. I consulenti per l’immigrazione stanno quindi esortando i datori di lavoro ad accelerare le verifiche sui casi a rischio e a conservare prove documentali che dimostrino la proporzionalità di eventuali espulsioni del personale. Se il Regno Unito decidesse di legiferare internamente in modo conflittuale con la giurisprudenza della Convenzione, le aziende potrebbero affrontare ricorsi paralleli nei tribunali britannici ed europei — una ricetta per ritardi e costi.
Il prossimo momento critico sarà il ministeriale del Consiglio d’Europa previsto per febbraio 2026, dove il Regno Unito e 26 Stati alleati intendono presentare una proposta formale di riforma. Fino ad allora, i team di mobilità dovrebbero monitorare l’iter del disegno di legge e mantenere aggiornati i piani di emergenza per le azioni di espulsione.
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