
I milionari delle criptovalute interessati al Golden Visa degli Emirati Arabi Uniti hanno ricevuto un brusco richiamo alla realtà il 22 dicembre, quando il governo ha ribadito che il semplice possesso di criptovalute **non** garantisce il diritto alla residenza a lungo termine. Questo chiarimento arriva dopo mesi di affermazioni sui social media secondo cui bastava fare staking di Bitcoin o acquistare immobili tokenizzati per ottenere il prezioso permesso di soggiorno di 10 anni.
Ciò che invece funziona è la via già esistente per gli investitori immobiliari: possedere immobili per un valore di almeno 2 milioni di AED (circa 545.000 dollari USA), regolarmente registrati presso il Dubai Land Department, mantiene l’idoneità al visto, indipendentemente dal fatto che l’acquisto sia stato finanziato in dirham o in criptovalute convertite al momento della chiusura. Le autorità considerano fondamentali la registrazione, i certificati di valutazione e i controlli antiriciclaggio, non il mezzo di pagamento.
Per i team di mobilità internazionale questa distinzione è cruciale. I dirigenti che si trasferiscono con una strategia basata su un visto per investimenti devono fornire prove ufficiali di registrazione catastale e lettere di valutazione; screenshot di wallet blockchain non saranno accettati durante la revisione ICP. La tokenizzazione frazionata, dove gli investitori detengono piccole quote digitali di un immobile, non è sufficiente a meno che queste quote non possano essere aggregate in un unico bene intestato che superi la soglia di 2 milioni di AED.
Gli esperti avvertono inoltre che finanziare un acquisto negli Emirati con criptovalute può attivare obblighi di segnalazione valutaria nel paese di residenza del dipendente. Le normative FEMA in India, ad esempio, trattano le rimesse in criptovalute dall’estero in modo diverso rispetto ai bonifici bancari, complicando potenzialmente la dichiarazione della residenza fiscale e delle plusvalenze.
In sintesi: il Golden Visa resta uno strumento potente per trattenere i talenti, ma i responsabili HR devono indirizzare il personale verso operazioni immobiliari conformi e documentate, evitando le promesse di scorciatoie “crypto”. Nel 2026 si prevedono controlli più rigorosi sull’origine dei fondi, con una cooperazione rafforzata tra VARA e la Securities & Commodities Authority nella supervisione degli asset virtuali.
Ciò che invece funziona è la via già esistente per gli investitori immobiliari: possedere immobili per un valore di almeno 2 milioni di AED (circa 545.000 dollari USA), regolarmente registrati presso il Dubai Land Department, mantiene l’idoneità al visto, indipendentemente dal fatto che l’acquisto sia stato finanziato in dirham o in criptovalute convertite al momento della chiusura. Le autorità considerano fondamentali la registrazione, i certificati di valutazione e i controlli antiriciclaggio, non il mezzo di pagamento.
Per i team di mobilità internazionale questa distinzione è cruciale. I dirigenti che si trasferiscono con una strategia basata su un visto per investimenti devono fornire prove ufficiali di registrazione catastale e lettere di valutazione; screenshot di wallet blockchain non saranno accettati durante la revisione ICP. La tokenizzazione frazionata, dove gli investitori detengono piccole quote digitali di un immobile, non è sufficiente a meno che queste quote non possano essere aggregate in un unico bene intestato che superi la soglia di 2 milioni di AED.
Gli esperti avvertono inoltre che finanziare un acquisto negli Emirati con criptovalute può attivare obblighi di segnalazione valutaria nel paese di residenza del dipendente. Le normative FEMA in India, ad esempio, trattano le rimesse in criptovalute dall’estero in modo diverso rispetto ai bonifici bancari, complicando potenzialmente la dichiarazione della residenza fiscale e delle plusvalenze.
In sintesi: il Golden Visa resta uno strumento potente per trattenere i talenti, ma i responsabili HR devono indirizzare il personale verso operazioni immobiliari conformi e documentate, evitando le promesse di scorciatoie “crypto”. Nel 2026 si prevedono controlli più rigorosi sull’origine dei fondi, con una cooperazione rafforzata tra VARA e la Securities & Commodities Authority nella supervisione degli asset virtuali.
Fonte: The Times of India
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