
A tarda sera del 25 dicembre, un giudice distrettuale statunitense ha emesso un ordine restrittivo temporaneo che impedisce al Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) di detenere Imran Ahmed, CEO britannico del Center for Countering Digital Hate. Ahmed, ora residente permanente negli Stati Uniti, era stato inserito nella lista nera del Dipartimento di Stato, che vieta i visti a figure straniere accusate di “censurare la libertà di espressione” tramite la regolamentazione delle piattaforme tecnologiche.
Ahmed ha fatto causa al Segretario di Stato Marco Rubio e al Segretario del DHS Kristi Noem, sostenendo che il divieto viola i suoi diritti garantiti dal Primo Emendamento e le tutele del giusto processo. Il tribunale ha fissato un’udienza per il 29 dicembre. I governi europei hanno protestato contro l’inserimento nella lista nera di Ahmed e di altri quattro esperti di politica digitale, definendolo un attacco politico al lavoro sulla sicurezza online.
Il caso mette in luce un nuovo punto di scontro tra i poteri in materia di immigrazione e le controversie sulla politica digitale. I professionisti della mobilità internazionale dovrebbero considerare che anche i residenti permanenti legali possono essere soggetti a procedimenti di espulsione se designati per motivi di politica estera. Le aziende che impiegano figure di spicco nel campo della regolamentazione o advocacy digitale dovrebbero valutare i rischi e predisporre piani di gestione delle crisi.
Se l’ingiunzione dovesse essere confermata, il DHS potrebbe dover rivedere i criteri per le misure punitive basate sui visti, rischiando altrimenti ulteriori contestazioni costituzionali. L’esito potrebbe influenzare l’uso futuro della sezione 212(a)(3)(C) dell’INA per escludere critici della politica tecnologica statunitense.
Ahmed ha fatto causa al Segretario di Stato Marco Rubio e al Segretario del DHS Kristi Noem, sostenendo che il divieto viola i suoi diritti garantiti dal Primo Emendamento e le tutele del giusto processo. Il tribunale ha fissato un’udienza per il 29 dicembre. I governi europei hanno protestato contro l’inserimento nella lista nera di Ahmed e di altri quattro esperti di politica digitale, definendolo un attacco politico al lavoro sulla sicurezza online.
Il caso mette in luce un nuovo punto di scontro tra i poteri in materia di immigrazione e le controversie sulla politica digitale. I professionisti della mobilità internazionale dovrebbero considerare che anche i residenti permanenti legali possono essere soggetti a procedimenti di espulsione se designati per motivi di politica estera. Le aziende che impiegano figure di spicco nel campo della regolamentazione o advocacy digitale dovrebbero valutare i rischi e predisporre piani di gestione delle crisi.
Se l’ingiunzione dovesse essere confermata, il DHS potrebbe dover rivedere i criteri per le misure punitive basate sui visti, rischiando altrimenti ulteriori contestazioni costituzionali. L’esito potrebbe influenzare l’uso futuro della sezione 212(a)(3)(C) dell’INA per escludere critici della politica tecnologica statunitense.
Fonte: Reuters