
Il 18 settembre il Consiglio federale ha pubblicato un rapporto di 120 pagine che quantifica – con dettagli precisi – cosa rischia di perdere la Svizzera se fosse costretta a uscire dall’area Schengen/Dublino. Commissionato dal Parlamento (Postulato 24.3946), lo studio prevede che entro il 2035 il PIL svizzero potrebbe essere fino al 3,9% più basso, con ogni residente che perderebbe circa 1.300 franchi all’anno, nel caso in cui il Paese abbandonasse la zona europea senza passaporto.
La modellizzazione evidenzia tre punti critici per gli attori della mobilità globale. Primo, la congestione alle frontiere: senza Schengen, gli Stati UE confinanti dovrebbero trattare i valichi svizzeri come frontiere esterne, causando una perdita giornaliera di 422.000 ore lavorative a causa degli ingorghi. Secondo, l’offerta di lavoro: controlli rigorosi potrebbero scoraggiare fino al 60% dei 330.000 frontalieri che sostengono ospedali, hotel e industrie manifatturiere avanzate in Svizzera. Terzo, turismo e viaggi d’affari: i visitatori extra-UE avrebbero nuovamente bisogno di un visto svizzero separato, riducendo gli arrivi per un valore stimato tra 320 e 810 milioni di franchi nel 2035.
Il rapporto sottolinea anche gli aspetti di sicurezza, rilevando che la polizia svizzera ha consultato 40.000 volte nel 2025 i database del Sistema d’Informazione Schengen (SIS); ricostruire capacità equivalenti a livello nazionale sarebbe proibitivo in termini di costi. Per l’esame delle domande d’asilo, la perdita del meccanismo di trasferimento di Dublino obbligherebbe la Svizzera a valutare richieste già presentate altrove, con un aumento dei costi annuali stimato tra 166 e 824 milioni di franchi.
Le multinazionali con un’ampia forza lavoro frontaliera, in particolare nel corridoio farmaceutico di Basilea e nel polo delle organizzazioni internazionali di Ginevra, dovrebbero considerare questi risultati come un campanello d’allarme. I programmi di rilocazione potrebbero dover prevedere piani di emergenza per la sponsorizzazione dei visti, mentre le risorse umane dovrebbero prepararsi a problemi di retention in caso di aumento dei tempi di pendolarismo. I responsabili dei viaggi, invece, dovranno prevedere budget per nuove procedure di ottenimento dei visti e tempi più lunghi per l’arrivo dei talenti.
Sebbene il rapporto sia consultivo, influenzerà fortemente il dibattito politico in corso sull’iniziativa SVP per il controllo delle frontiere e sulle future trattative con l’UE. Le aziende con presenza in Svizzera dovrebbero valutare di comunicare l’importanza economica della questione alle associazioni di categoria e alle camere di commercio.
La modellizzazione evidenzia tre punti critici per gli attori della mobilità globale. Primo, la congestione alle frontiere: senza Schengen, gli Stati UE confinanti dovrebbero trattare i valichi svizzeri come frontiere esterne, causando una perdita giornaliera di 422.000 ore lavorative a causa degli ingorghi. Secondo, l’offerta di lavoro: controlli rigorosi potrebbero scoraggiare fino al 60% dei 330.000 frontalieri che sostengono ospedali, hotel e industrie manifatturiere avanzate in Svizzera. Terzo, turismo e viaggi d’affari: i visitatori extra-UE avrebbero nuovamente bisogno di un visto svizzero separato, riducendo gli arrivi per un valore stimato tra 320 e 810 milioni di franchi nel 2035.
Il rapporto sottolinea anche gli aspetti di sicurezza, rilevando che la polizia svizzera ha consultato 40.000 volte nel 2025 i database del Sistema d’Informazione Schengen (SIS); ricostruire capacità equivalenti a livello nazionale sarebbe proibitivo in termini di costi. Per l’esame delle domande d’asilo, la perdita del meccanismo di trasferimento di Dublino obbligherebbe la Svizzera a valutare richieste già presentate altrove, con un aumento dei costi annuali stimato tra 166 e 824 milioni di franchi.
Le multinazionali con un’ampia forza lavoro frontaliera, in particolare nel corridoio farmaceutico di Basilea e nel polo delle organizzazioni internazionali di Ginevra, dovrebbero considerare questi risultati come un campanello d’allarme. I programmi di rilocazione potrebbero dover prevedere piani di emergenza per la sponsorizzazione dei visti, mentre le risorse umane dovrebbero prepararsi a problemi di retention in caso di aumento dei tempi di pendolarismo. I responsabili dei viaggi, invece, dovranno prevedere budget per nuove procedure di ottenimento dei visti e tempi più lunghi per l’arrivo dei talenti.
Sebbene il rapporto sia consultivo, influenzerà fortemente il dibattito politico in corso sull’iniziativa SVP per il controllo delle frontiere e sulle future trattative con l’UE. Le aziende con presenza in Svizzera dovrebbero valutare di comunicare l’importanza economica della questione alle associazioni di categoria e alle camere di commercio.
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