
Un promemoria ottenuto da diversi media conferma che il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha revocato le linee guida del 2010 che vietavano all’Immigration and Customs Enforcement (ICE) di arrestare rifugiati solo perché non avevano ancora richiesto lo status di residente permanente legale (green card). Con effetto immediato, gli agenti ICE sono istruiti a trattenere qualsiasi rifugiato presente negli Stati Uniti da un anno o più, mettendolo in custodia mentre il suo caso viene “riesaminato”.
L’operazione, soprannominata “Operation PARRIS” dopo un intervento pilota in Minnesota, potrebbe portare decine di migliaia di persone entrate legalmente nel paese a essere rinchiuse in centri di detenzione già quasi al limite della capacità. I rifugiati, di norma, non possono presentare la domanda per la green card prima di aver vissuto negli Stati Uniti per dodici mesi; gli attivisti sostengono che trasformare questa scadenza amministrativa in motivo di arresto viola sia le prassi consolidate sia le tutele costituzionali contro le detenzioni ingiustificate. Un giudice federale del Minnesota ha già emesso un’ordinanza restrittiva temporanea che blocca gli arresti nello stato, definendo la politica “probabilmente illegale”.
Per datori di lavoro, università e gruppi religiosi che sponsorizzano o impiegano rifugiati, la nuova direttiva introduce una forte incertezza. I dipartimenti delle risorse umane potrebbero dover predisporre piani di emergenza nel caso in cui dipendenti chiave vengano improvvisamente trattenuti. Gli avvocati consigliano ai rifugiati di presentare la domanda di adeguamento dello status non appena raggiungono il limite dell’anno e di portare sempre con sé la prova della richiesta. I soggetti sponsor dovrebbero inoltre rivedere le politiche interne su divieti di viaggio e badge identificativi per garantire che i lavoratori trattenuti possano riottenere l’accesso alle strutture se rilasciati su cauzione.
L’amministrazione sostiene che la modifica applica semplicemente il requisito previsto dall’Immigration and Nationality Act di rivedere lo status di rifugiato dopo un anno. I critici replicano che la legge prevede una revisione documentale, non la detenzione, e sottolineano che lo stesso promemoria ordina agli uffici ICE di trasformare magazzini vuoti in strutture di detenzione a breve termine. Diverse cause legali sono in corso e potrebbero stabilire un precedente a livello nazionale nel giro di poche settimane.
Nel breve termine, i responsabili della mobilità globale dovrebbero segnalare tutti i dipendenti con status di rifugiato per verifiche legali individuali e prepararsi a interruzioni improvvise di viaggio o lavoro. Se la politica dovesse superare il vaglio giudiziario, le aziende dovranno prevedere tempi più lunghi nella pianificazione delle assegnazioni per chi è entrato inizialmente come rifugiato.
L’operazione, soprannominata “Operation PARRIS” dopo un intervento pilota in Minnesota, potrebbe portare decine di migliaia di persone entrate legalmente nel paese a essere rinchiuse in centri di detenzione già quasi al limite della capacità. I rifugiati, di norma, non possono presentare la domanda per la green card prima di aver vissuto negli Stati Uniti per dodici mesi; gli attivisti sostengono che trasformare questa scadenza amministrativa in motivo di arresto viola sia le prassi consolidate sia le tutele costituzionali contro le detenzioni ingiustificate. Un giudice federale del Minnesota ha già emesso un’ordinanza restrittiva temporanea che blocca gli arresti nello stato, definendo la politica “probabilmente illegale”.
Per datori di lavoro, università e gruppi religiosi che sponsorizzano o impiegano rifugiati, la nuova direttiva introduce una forte incertezza. I dipartimenti delle risorse umane potrebbero dover predisporre piani di emergenza nel caso in cui dipendenti chiave vengano improvvisamente trattenuti. Gli avvocati consigliano ai rifugiati di presentare la domanda di adeguamento dello status non appena raggiungono il limite dell’anno e di portare sempre con sé la prova della richiesta. I soggetti sponsor dovrebbero inoltre rivedere le politiche interne su divieti di viaggio e badge identificativi per garantire che i lavoratori trattenuti possano riottenere l’accesso alle strutture se rilasciati su cauzione.
L’amministrazione sostiene che la modifica applica semplicemente il requisito previsto dall’Immigration and Nationality Act di rivedere lo status di rifugiato dopo un anno. I critici replicano che la legge prevede una revisione documentale, non la detenzione, e sottolineano che lo stesso promemoria ordina agli uffici ICE di trasformare magazzini vuoti in strutture di detenzione a breve termine. Diverse cause legali sono in corso e potrebbero stabilire un precedente a livello nazionale nel giro di poche settimane.
Nel breve termine, i responsabili della mobilità globale dovrebbero segnalare tutti i dipendenti con status di rifugiato per verifiche legali individuali e prepararsi a interruzioni improvvise di viaggio o lavoro. Se la politica dovesse superare il vaglio giudiziario, le aziende dovranno prevedere tempi più lunghi nella pianificazione delle assegnazioni per chi è entrato inizialmente come rifugiato.
Fonte: The Guardian
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