
A Bruxelles, il 29 aprile, una chiara maggioranza degli Stati membri dell’UE ha approvato riforme per la coordinazione dei sistemi di sicurezza sociale che sposterebbero la responsabilità principale per i sussidi di disoccupazione dal paese di residenza del lavoratore transfrontaliero al paese dell’ultimo impiego, a condizione che l’individuo abbia versato contributi per almeno 22 settimane. La Svizzera, pur non essendo membro dell’UE, fa parte dell’Accordo sulla libera circolazione e di norma si allinea a tali regolamenti. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) stima che, se Berna adottasse la modifica, le spese per l’assicurazione contro la disoccupazione potrebbero aumentare di diverse centinaia di milioni di franchi all’anno, poiché oltre 410.000 frontalieri – principalmente da Francia, Italia e Germania – lavorano in Svizzera ma vivono (e attualmente percepiscono sussidi) oltre confine. Le associazioni imprenditoriali sono divise: i produttori orientati all’export in Ticino temono un aumento dei contributi salariali, mentre i datori di lavoro del settore servizi a Ginevra sostengono che regole armonizzate renderebbero la Svizzera più attrattiva, garantendo ai lavoratori una rete di sicurezza legata agli stipendi svizzeri. Il partito di destra Unione Democratica di Centro ha già definito la normativa “l’ennesima manovra per svuotare le tasche da Bruxelles”. Il pacchetto necessita ancora dell’approvazione del Parlamento europeo entro la fine dell’anno e entrerà in vigore solo dopo un periodo di transizione di due anni. La Svizzera potrebbe decidere di non adottarlo, ma ciò provocherebbe uno scontro politico con l’UE in un momento delicato per le trattative bilaterali. Gli esperti di mobilità consigliano ai dipartimenti HR di analizzare la forza lavoro transfrontaliera e di simulare eventuali aumenti dei costi. Le aziende vicino ai confini francese e italiano dovrebbero inoltre prepararsi a rispondere a domande sindacali riguardo al trattamento paritario qualora i sussidi differissero.
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