
Un recente documento sulla privacy del Dipartimento per la Sicurezza Interna conferma che l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha lanciato silenziosamente lo scorso settembre un’applicazione mobile chiamata “Task Force Module” (TFM), condividendola da allora con oltre mille agenzie di polizia locali partner di ICE nel programma 287(g). L’app consente agli agenti di scattare una foto a chiunque fermino – durante un controllo stradale, una protesta o un incontro casuale – e confrontarla istantaneamente con oltre 250 milioni di record federali, inclusi i file visti del Dipartimento di Stato e il Servizio di Verifica Viaggiatori della TSA. Se il sistema rileva una corrispondenza legata a una violazione dell’immigrazione, l’agente riceve l’istruzione di trattenere la persona o contattare ICE per ulteriori indicazioni; in assenza di corrispondenze, viene invitato a lasciar andare il soggetto. Tutte le foto vengono conservate in un database del DHS per 15 anni. I difensori delle libertà civili avvertono che la combinazione di ampia discrezionalità della polizia e potenti tecnologie di riconoscimento facciale potrebbe creare quella che l’Electronic Frontier Foundation definisce una “rete di controllo alla ‘mostrami i documenti’”, intimidendo attività protette dal Primo Emendamento e coinvolgendo cittadini statunitensi le cui immagini sono archiviate nei sistemi di viaggio e patenti di guida. La rivelazione arriva mentre il Segretario del DHS Markwayne Mullin affronta domande bipartisan al Congresso sull’uso sempre più esteso del riconoscimento facciale da parte del dipartimento. In un’audizione di supervisione del giugno 2026 ha ammesso che l’agenzia ha già utilizzato questa tecnologia per identificare manifestanti in Oregon e New Jersey. Gli esperti di privacy sottolineano che estendere questa capacità alla polizia locale aumenta il rischio di errori di identificazione – studi mostrano tassi di errore più elevati per volti con pelle scura – e di un’espansione delle funzioni oltre l’applicazione delle leggi sull’immigrazione. ICE ha rifiutato di fornire dettagli su formazione, registri di controllo o test di accuratezza, limitandosi a dichiarare che lo strumento “supporta l’applicazione legale delle leggi sull’immigrazione rispettando le libertà civili”. Per datori di lavoro e responsabili della mobilità internazionale, le implicazioni sono sia pratiche che filosofiche. Le aziende che si affidano a talenti internazionali potrebbero assistere a un aumento dei “controlli di immigrazione in strada” che portano a trattenimenti di dipendenti – anche con status valido – se gli agenti locali usano impropriamente l’app o interpretano male i risultati. I team HR potrebbero dover informare il personale straniero su come comportarsi durante le scansioni facciali, ricordare di portare con sé la prova dello status e stabilire protocolli di risposta rapida con i legali. Lo sviluppo segnala inoltre che i dati provenienti da domande di visto, richieste ESTA e persino dai controlli di routine TSA possono ora alimentare direttamente le decisioni di polizia locale. In pratica, nessuna legge federale obbliga le agenzie statali o locali ad adottare la tecnologia ICE; alcune giurisdizioni potrebbero vietarne l’uso per motivi di diritti civili. Ma nelle contee con il modello “Task Force” 287(g) – circa 1.300 a livello nazionale – la diffusione potrebbe essere rapida. I professionisti della mobilità dovrebbero mappare la presenza dei dipendenti in queste aree e monitorare eventuali cambiamenti normativi. L’episodio evidenzia una tendenza più ampia: gli strumenti per l’applicazione delle leggi sull’immigrazione diventano sempre più mobili, algoritmici e integrati nella polizia quotidiana, ampliando il campo di conformità per le aziende con forza lavoro internazionale.
Fonte: NPR / WOSU Public Media
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