
In una sentenza storica sull’immigrazione del 30 giugno 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribadito che il 14° Emendamento garantisce la cittadinanza praticamente a chiunque nasca sul suolo americano. Con una decisione 6-3 scritta dal Chief Justice John Roberts, la Corte ha annullato l’ordine esecutivo del presidente Donald Trump del 20 gennaio, che mirava a negare la cittadinanza ai figli nati negli Stati Uniti da genitori presenti illegalmente o con visti temporanei. L’opinione della maggioranza ripercorre la storia della Clausola sulla Cittadinanza, risalendo ai dibattiti dell’era della Ricostruzione e alla sentenza del 1898 United States v. Wong Kim Ark, concludendo che solo il Congresso potrebbe modificare la Costituzione per imporre tali limiti. Il giudice Brett Kavanaugh ha concordato con l’esito per motivi statutari, mentre i giudici Alito, Gorsuch e Thomas hanno dissentito. Per i responsabili della mobilità globale, la decisione conferma le assunzioni di pianificazione consolidate: i figli nati negli USA di assegnati stranieri restano cittadini americani indipendentemente dallo status dei genitori. Se l’ordine fosse stato confermato, le aziende avrebbero potuto affrontare problemi di conformità a catena, inclusa la perdita di benefici per i familiari a carico, cambiamenti nella residenza fiscale e strategie di uscita complesse per famiglie in una situazione legale incerta. In pratica, i datori di lavoro possono procedere con le assegnazioni negli USA senza rivedere le politiche sui benefici familiari. Tuttavia, la sentenza evidenzia la volontà dell’amministrazione Trump di sperimentare misure migratorie aggressive; i team di mobilità dovrebbero monitorare eventuali futuri tentativi esecutivi o legislativi di restringere i diritti di cittadinanza statutari. Le aziende dovrebbero inoltre rivedere i protocolli di comunicazione in caso di crisi, affinché i dipendenti comprendano come le sentenze di alto profilo possano influire sul loro status.
Fonte: The Washington Post
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