
Il governo federale belga ha approvato in prima lettura una riforma radicale che restringe i diritti di soggiorno per i cittadini UE che arrivano nel paese in cerca di lavoro. Secondo le attuali norme sulla libera circolazione, i cittadini UE possono risiedere in un altro Stato membro fino a sei mesi mentre cercano un impiego, a patto di dimostrare un’attività concreta di ricerca. Tuttavia, secondo la ministra dell’Asilo e Migrazione Anneleen Van Bossuyt, questo standard è troppo debole e ha spinto alcuni nuovi arrivati a rimanere in Belgio senza reali prospettive di lavoro, richiedendo poi assistenza sociale.
La proposta introduce un sistema di controllo in due fasi. Dopo tre mesi, i disoccupati dovranno presentare sia la prova di candidature attive sia l’iscrizione a un servizio pubblico per l’impiego come VDAB o Actiris. Dopo sei mesi, dovranno dimostrare “una concreta possibilità di assunzione” tramite evidenze tangibili come colloqui programmati, qualifiche riconosciute o un contratto in fase di negoziazione. Chi non riuscirà a fornire queste prove perderà il diritto di soggiorno e dovrà lasciare il territorio belga.
Anche le pratiche per il ricongiungimento familiare saranno più rigorose: le domande dovranno essere complete al momento della presentazione, eliminando la possibilità di integrare documenti successivamente. Il governo sostiene che questo approccio più severo è necessario per evitare un accesso indiretto al sistema di welfare belga e per allineare la prassi nazionale al nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo, entrato in vigore il 12 giugno.
Per le aziende multinazionali, la novità rappresenta un nuovo punto di controllo per la conformità. I trasferimenti o le assunzioni di laureati UE in Belgio senza contratto firmato dovranno garantire prove di impiegabilità a breve termine ben prima della scadenza dei sei mesi, pena la perdita del diritto di soggiorno e dell’accesso ai servizi locali di registrazione (come l’ottenimento del numero nazionale e del conto bancario). I responsabili della mobilità dovranno rivedere i tempi di inserimento, favorire la rapida finalizzazione dei contratti e aggiornare i manuali di relocation per riflettere i requisiti documentali a tre e sei mesi.
La riforma necessita ancora della seconda lettura e dell’approvazione parlamentare, ma dato il sostegno trasversale al rafforzamento del controllo migratorio, le aziende dovrebbero prepararsi a un’entrata in vigore già entro fine anno. I team HR sono invitati a verificare lo status degli assegnati UE in cerca di lavoro, predisporre piani alternativi per chi potrebbe non soddisfare i nuovi requisiti e prevedere budget per eventuali ricorsi o trasferimenti all’estero.
La proposta introduce un sistema di controllo in due fasi. Dopo tre mesi, i disoccupati dovranno presentare sia la prova di candidature attive sia l’iscrizione a un servizio pubblico per l’impiego come VDAB o Actiris. Dopo sei mesi, dovranno dimostrare “una concreta possibilità di assunzione” tramite evidenze tangibili come colloqui programmati, qualifiche riconosciute o un contratto in fase di negoziazione. Chi non riuscirà a fornire queste prove perderà il diritto di soggiorno e dovrà lasciare il territorio belga.
Anche le pratiche per il ricongiungimento familiare saranno più rigorose: le domande dovranno essere complete al momento della presentazione, eliminando la possibilità di integrare documenti successivamente. Il governo sostiene che questo approccio più severo è necessario per evitare un accesso indiretto al sistema di welfare belga e per allineare la prassi nazionale al nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo, entrato in vigore il 12 giugno.
Per le aziende multinazionali, la novità rappresenta un nuovo punto di controllo per la conformità. I trasferimenti o le assunzioni di laureati UE in Belgio senza contratto firmato dovranno garantire prove di impiegabilità a breve termine ben prima della scadenza dei sei mesi, pena la perdita del diritto di soggiorno e dell’accesso ai servizi locali di registrazione (come l’ottenimento del numero nazionale e del conto bancario). I responsabili della mobilità dovranno rivedere i tempi di inserimento, favorire la rapida finalizzazione dei contratti e aggiornare i manuali di relocation per riflettere i requisiti documentali a tre e sei mesi.
La riforma necessita ancora della seconda lettura e dell’approvazione parlamentare, ma dato il sostegno trasversale al rafforzamento del controllo migratorio, le aziende dovrebbero prepararsi a un’entrata in vigore già entro fine anno. I team HR sono invitati a verificare lo status degli assegnati UE in cerca di lavoro, predisporre piani alternativi per chi potrebbe non soddisfare i nuovi requisiti e prevedere budget per eventuali ricorsi o trasferimenti all’estero.
Fonte: 21 News
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