
Il dibattito svizzero, ormai di lunga data, sull’apertura del mercato del lavoro agli stranieri ha preso una svolta decisa il 25 giugno 2026, quando il Consiglio degli Stati (camera alta) ha votato per vietare ai cittadini stranieri con condanne penali di ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno. La mozione, già approvata dal Consiglio Nazionale all’inizio di giugno, mira esplicitamente ai cittadini dell’Unione Europea e dell’EFTA, che attualmente godono di un accesso quasi automatico ai permessi di soggiorno e lavoro in Svizzera grazie all’Accordo sulla libera circolazione delle persone.
I sostenitori sostengono che la misura proteggerà la sicurezza pubblica e ridurrà il carico amministrativo sugli uffici cantonali dell’immigrazione, che devono monitorare i recidivi. Gli oppositori, incluso il Consiglio Federale, avvertono che la Svizzera è legalmente obbligata ad applicare il principio di proporzionalità sia secondo il trattato sulla libera circolazione sia le regole di Schengen; infrazioni minori come violazioni del codice della strada non possono giustificare il rifiuto di un permesso. Gli esperti legali sottolineano inoltre che la Svizzera dovrebbe avere pieno accesso al Sistema Informativo sui Casellari Giudiziari dell’UE (ECRIS e il nuovo ECRIS-TCN) per effettuare controlli sistematici, cosa che il Paese non ha ancora negoziato.
Se approvata, la nuova norma richiederebbe a ogni richiedente UE/EFTA di fornire un estratto del casellario giudiziale del proprio Paese d’origine. Le autorità cantonali trasmetterebbero i dati alla Segreteria di Stato della Migrazione (SEM), che deciderebbe se una condanna giustifica il rifiuto. Le multinazionali temono che la burocrazia aggiuntiva possa rallentare i trasferimenti intra-aziendali e le assegnazioni a breve termine, soprattutto da Paesi che non rilasciano certificati elettronici in inglese, tedesco, francese o italiano. Praticamente, i responsabili HR e della mobilità globale dovranno prepararsi a tempi più lunghi. Le aziende che fanno affidamento sulla rotazione di personale altamente qualificato UE nelle sedi svizzere (farmaceutica, fintech, orologeria) potrebbero essere costrette a spostare più ruoli verso hub UE vicini per evitare incertezze.
I consulenti per l’immigrazione prevedono anche un aumento dei ricorsi, poiché la mozione non definisce la soglia di gravità delle infrazioni, aprendo la strada a pratiche cantonali divergenti fino all’emanazione di linee guida federali. La proposta torna ora al Consiglio Federale, che dovrà redigere la legislazione attuativa compatibile con gli accordi bilaterali con l’UE. Bruxelles non ha commentato pubblicamente, ma i diplomatici avvertono privatamente che un trattamento discriminatorio dei cittadini UE potrebbe innescare una controversia nel meccanismo congiunto di risoluzione delle dispute.
Una votazione finale è improbabile prima della fine del 2027, ma la decisione di giovedì lancia un segnale chiaro: l’appetito politico per un controllo più rigoroso su chi può vivere e lavorare in Svizzera è in crescita, dopo che gli elettori hanno respinto all’inizio del mese l’iniziativa del “tetto a 10 milioni”.
I sostenitori sostengono che la misura proteggerà la sicurezza pubblica e ridurrà il carico amministrativo sugli uffici cantonali dell’immigrazione, che devono monitorare i recidivi. Gli oppositori, incluso il Consiglio Federale, avvertono che la Svizzera è legalmente obbligata ad applicare il principio di proporzionalità sia secondo il trattato sulla libera circolazione sia le regole di Schengen; infrazioni minori come violazioni del codice della strada non possono giustificare il rifiuto di un permesso. Gli esperti legali sottolineano inoltre che la Svizzera dovrebbe avere pieno accesso al Sistema Informativo sui Casellari Giudiziari dell’UE (ECRIS e il nuovo ECRIS-TCN) per effettuare controlli sistematici, cosa che il Paese non ha ancora negoziato.
Se approvata, la nuova norma richiederebbe a ogni richiedente UE/EFTA di fornire un estratto del casellario giudiziale del proprio Paese d’origine. Le autorità cantonali trasmetterebbero i dati alla Segreteria di Stato della Migrazione (SEM), che deciderebbe se una condanna giustifica il rifiuto. Le multinazionali temono che la burocrazia aggiuntiva possa rallentare i trasferimenti intra-aziendali e le assegnazioni a breve termine, soprattutto da Paesi che non rilasciano certificati elettronici in inglese, tedesco, francese o italiano. Praticamente, i responsabili HR e della mobilità globale dovranno prepararsi a tempi più lunghi. Le aziende che fanno affidamento sulla rotazione di personale altamente qualificato UE nelle sedi svizzere (farmaceutica, fintech, orologeria) potrebbero essere costrette a spostare più ruoli verso hub UE vicini per evitare incertezze.
I consulenti per l’immigrazione prevedono anche un aumento dei ricorsi, poiché la mozione non definisce la soglia di gravità delle infrazioni, aprendo la strada a pratiche cantonali divergenti fino all’emanazione di linee guida federali. La proposta torna ora al Consiglio Federale, che dovrà redigere la legislazione attuativa compatibile con gli accordi bilaterali con l’UE. Bruxelles non ha commentato pubblicamente, ma i diplomatici avvertono privatamente che un trattamento discriminatorio dei cittadini UE potrebbe innescare una controversia nel meccanismo congiunto di risoluzione delle dispute.
Una votazione finale è improbabile prima della fine del 2027, ma la decisione di giovedì lancia un segnale chiaro: l’appetito politico per un controllo più rigoroso su chi può vivere e lavorare in Svizzera è in crescita, dopo che gli elettori hanno respinto all’inizio del mese l’iniziativa del “tetto a 10 milioni”.
Fonte: The Local Switzerland
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