
La Cancelleria federale svizzera ha confermato che domenica 14 giugno 2026 gli elettori saranno chiamati a decidere se la Svizzera debba smettere di rilasciare la maggior parte dei nuovi permessi di soggiorno una volta che la popolazione residente permanente raggiungerà i 10 milioni. L’iniziativa, denominata “No alla Svizzera da dieci milioni” dai suoi promotori del Partito Popolare Svizzero (SVP), di orientamento conservatore, obbligherebbe il Consiglio federale a introdurre restrizioni migratorie ampie non appena la popolazione residente raggiungesse i 9,5 milioni, mantenendola sotto la soglia dei 10 milioni entro il 2050.
Sebbene la Svizzera non faccia parte dell’Unione Europea, partecipa al mercato unico europeo con la libera circolazione delle persone grazie a una serie di accordi bilaterali. Un tetto vincolante costringerebbe quindi Berna a rinegoziare o abbandonare tali accordi, mettendo a rischio il diritto automatico per i cittadini UE e EFTA di vivere e lavorare nel paese. Le federazioni imprenditoriali, i governi cantonali e tutti i principali partiti, ad eccezione dell’SVP, hanno avvertito che migliaia di posti vacanti nei settori sanitario, alberghiero, edilizio e tecnologico dipendono già dal reclutamento estero; un limite rigido potrebbe causare gravi carenze di competenze, aumentare i costi salariali e danneggiare l’attrattività della Svizzera come hub regionale.
Anche gli operatori turistici lanciano l’allarme. Secondo l’associazione degli albergatori HotellerieSuisse, il personale non svizzero rappresenta circa il 45% della forza lavoro del settore. Se i limiti ai permessi di lavoro si inasprissero, le località montane potrebbero faticare a trovare abbastanza lavoratori stagionali per mantenere in funzione impianti di risalita, hotel e ristoranti a pieno regime, un rischio che l’industria teme possa compromettere il marchio di eccellenza svizzero proprio mentre Austria, Francia e Italia stanno potenziando le infrastrutture in vista degli anni ’30. L’SVP sostiene invece che un rallentamento controllato allevierebbe la pressione su abitazioni, trasporti e scuole, consentendo al contempo un reclutamento selettivo di specialisti essenziali tramite un sistema a punti in stile australiano.
Un sondaggio pubblicato a metà dicembre mostrava un elettorato diviso quasi a metà, con il 48% favorevole al tetto e il 45% contrario. Gli analisti ritengono che la campagna delle imprese punterà sulle conseguenze pratiche per pendolari e consumatori: affitti più alti, liste d’attesa ospedaliere più lunghe e orari ridotti dei trasporti pubblici, se i datori di lavoro non riusciranno a coprire i posti vacanti. Gli oppositori sostengono inoltre che l’iniziativa potrebbe minare la credibilità della Svizzera come partner prevedibile e basato sulle regole, complicando le trattative ferme su un nuovo accordo quadro con Bruxelles.
Se la misura dovesse passare, il governo avrebbe 12 mesi per elaborare la legislazione attuativa che definirà come saranno razionati i permessi di soggiorno, i visti per il ricongiungimento familiare e le ammissioni per asilo. Gli esperti costituzionali sottolineano che qualsiasi violazione unilaterale degli accordi sulla libera circolazione comporterebbe automaticamente la cessazione dell’intero pacchetto di accordi bilaterali commerciali con l’UE, secondo una cosiddetta “clausola ghigliottina”. Questa prospettiva fa sì che il voto del 14 giugno sia seguito con attenzione non solo dai responsabili della mobilità, ma da tutte le multinazionali che contano su un accesso senza ostacoli al mercato svizzero-europeo.
Sebbene la Svizzera non faccia parte dell’Unione Europea, partecipa al mercato unico europeo con la libera circolazione delle persone grazie a una serie di accordi bilaterali. Un tetto vincolante costringerebbe quindi Berna a rinegoziare o abbandonare tali accordi, mettendo a rischio il diritto automatico per i cittadini UE e EFTA di vivere e lavorare nel paese. Le federazioni imprenditoriali, i governi cantonali e tutti i principali partiti, ad eccezione dell’SVP, hanno avvertito che migliaia di posti vacanti nei settori sanitario, alberghiero, edilizio e tecnologico dipendono già dal reclutamento estero; un limite rigido potrebbe causare gravi carenze di competenze, aumentare i costi salariali e danneggiare l’attrattività della Svizzera come hub regionale.
Anche gli operatori turistici lanciano l’allarme. Secondo l’associazione degli albergatori HotellerieSuisse, il personale non svizzero rappresenta circa il 45% della forza lavoro del settore. Se i limiti ai permessi di lavoro si inasprissero, le località montane potrebbero faticare a trovare abbastanza lavoratori stagionali per mantenere in funzione impianti di risalita, hotel e ristoranti a pieno regime, un rischio che l’industria teme possa compromettere il marchio di eccellenza svizzero proprio mentre Austria, Francia e Italia stanno potenziando le infrastrutture in vista degli anni ’30. L’SVP sostiene invece che un rallentamento controllato allevierebbe la pressione su abitazioni, trasporti e scuole, consentendo al contempo un reclutamento selettivo di specialisti essenziali tramite un sistema a punti in stile australiano.
Un sondaggio pubblicato a metà dicembre mostrava un elettorato diviso quasi a metà, con il 48% favorevole al tetto e il 45% contrario. Gli analisti ritengono che la campagna delle imprese punterà sulle conseguenze pratiche per pendolari e consumatori: affitti più alti, liste d’attesa ospedaliere più lunghe e orari ridotti dei trasporti pubblici, se i datori di lavoro non riusciranno a coprire i posti vacanti. Gli oppositori sostengono inoltre che l’iniziativa potrebbe minare la credibilità della Svizzera come partner prevedibile e basato sulle regole, complicando le trattative ferme su un nuovo accordo quadro con Bruxelles.
Se la misura dovesse passare, il governo avrebbe 12 mesi per elaborare la legislazione attuativa che definirà come saranno razionati i permessi di soggiorno, i visti per il ricongiungimento familiare e le ammissioni per asilo. Gli esperti costituzionali sottolineano che qualsiasi violazione unilaterale degli accordi sulla libera circolazione comporterebbe automaticamente la cessazione dell’intero pacchetto di accordi bilaterali commerciali con l’UE, secondo una cosiddetta “clausola ghigliottina”. Questa prospettiva fa sì che il voto del 14 giugno sia seguito con attenzione non solo dai responsabili della mobilità, ma da tutte le multinazionali che contano su un accesso senza ostacoli al mercato svizzero-europeo.
Fonte: Travel and Tour World
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