
Hong Kong ha silenziosamente abolito il cosiddetto requisito di quarantena “a circuito chiuso” per gli equipaggi stranieri delle compagnie aeree, uniformando le regole per il personale di cabina e di volo a quelle previste per i passeggeri ordinari in arrivo nel territorio. Rappresentanti delle compagnie aeree hanno riferito a Bloomberg che i funzionari del Bureau dei Trasporti e della Logistica hanno confermato la modifica nella serata del 12 marzo; la misura è entrata in vigore immediatamente e si applica a tutte le compagnie non basate a Hong Kong che operano a Chek Lap Kok.
Fino a oggi, gli equipaggi internazionali dovevano rimanere in una stanza d’hotel designata per tutta la durata della sosta, evitando qualsiasi contatto con il pubblico. Queste restrizioni, introdotte nel pieno della pandemia, avevano aumentato i costi, complicato la gestione dei turni e rappresentato un forte deterrente per le compagnie che volevano ripristinare i voli verso la Cina. Gli equipaggi basati localmente avevano visto abolite le regole del circuito chiuso sei mesi fa, mentre quelli stranieri erano ancora soggetti alla quarantena.
Gli osservatori del settore sottolineano che questa revoca elimina uno degli ultimi ostacoli operativi per le compagnie che valutano un ritorno al più grande mercato di origine passeggeri al mondo. Secondo la Civil Aviation Administration of China (CAAC), all’inizio del 2024 solo 24 vettori stranieri servivano Hong Kong; questo numero è salito a 43, ma resta comunque poco più della metà rispetto ai livelli pre-pandemia.
IATA stima che ogni giorno aggiuntivo di quarantena per l’equipaggio aumenti i costi di viaggio di una compagnia aerea dal 3 al 5 percento, considerando spese di hotel, restrizioni sui tempi di servizio e voli di posizionamento. Per Hong Kong, questo cambiamento di politica rappresenta un ulteriore segnale della determinazione della città – che nel 2019 ha gestito 75 milioni di passeggeri, ma solo 18 milioni nel 2022 – a riconquistare il suo ruolo di hub asiatico di primo piano.
Il Segretario ai Trasporti Lam Sai-hung ha fissato lo scorso mese l’obiettivo di tornare all’80% del traffico pre-COVID entro fine anno; l’Hong Kong Airport Authority segnala che a febbraio i movimenti erano già al 67% dei livelli del 2019. I consulenti per i viaggi d’affari hanno accolto con favore la decisione, osservando che molte multinazionali evitavano rotte con cambio equipaggio a Hong Kong per timore di disagi nei programmi.
“Con la fine del circuito chiuso, le aziende possono nuovamente considerare Hong Kong un punto di collegamento affidabile per gli itinerari nell’area della Greater Bay,” ha dichiarato Angela Wong, responsabile della consulenza sulla mobilità di CWT China. Le compagnie aeree prevedono inoltre che la misura accelererà i tempi di turnaround degli aeromobili e libererà capacità alberghiera per passeggeri a pagamento.
I travel manager dovrebbero però continuare a monitorare le comunicazioni delle compagnie: alcune hanno informato gli equipaggi che manterranno misure volontarie di autoisolamento fino all’aggiornamento delle valutazioni interne del rischio. Si consiglia inoltre ai datori di lavoro di rivedere le politiche di duty of care, poiché la città impone ancora l’isolamento a chi risulta positivo durante il soggiorno.
Fino a oggi, gli equipaggi internazionali dovevano rimanere in una stanza d’hotel designata per tutta la durata della sosta, evitando qualsiasi contatto con il pubblico. Queste restrizioni, introdotte nel pieno della pandemia, avevano aumentato i costi, complicato la gestione dei turni e rappresentato un forte deterrente per le compagnie che volevano ripristinare i voli verso la Cina. Gli equipaggi basati localmente avevano visto abolite le regole del circuito chiuso sei mesi fa, mentre quelli stranieri erano ancora soggetti alla quarantena.
Gli osservatori del settore sottolineano che questa revoca elimina uno degli ultimi ostacoli operativi per le compagnie che valutano un ritorno al più grande mercato di origine passeggeri al mondo. Secondo la Civil Aviation Administration of China (CAAC), all’inizio del 2024 solo 24 vettori stranieri servivano Hong Kong; questo numero è salito a 43, ma resta comunque poco più della metà rispetto ai livelli pre-pandemia.
IATA stima che ogni giorno aggiuntivo di quarantena per l’equipaggio aumenti i costi di viaggio di una compagnia aerea dal 3 al 5 percento, considerando spese di hotel, restrizioni sui tempi di servizio e voli di posizionamento. Per Hong Kong, questo cambiamento di politica rappresenta un ulteriore segnale della determinazione della città – che nel 2019 ha gestito 75 milioni di passeggeri, ma solo 18 milioni nel 2022 – a riconquistare il suo ruolo di hub asiatico di primo piano.
Il Segretario ai Trasporti Lam Sai-hung ha fissato lo scorso mese l’obiettivo di tornare all’80% del traffico pre-COVID entro fine anno; l’Hong Kong Airport Authority segnala che a febbraio i movimenti erano già al 67% dei livelli del 2019. I consulenti per i viaggi d’affari hanno accolto con favore la decisione, osservando che molte multinazionali evitavano rotte con cambio equipaggio a Hong Kong per timore di disagi nei programmi.
“Con la fine del circuito chiuso, le aziende possono nuovamente considerare Hong Kong un punto di collegamento affidabile per gli itinerari nell’area della Greater Bay,” ha dichiarato Angela Wong, responsabile della consulenza sulla mobilità di CWT China. Le compagnie aeree prevedono inoltre che la misura accelererà i tempi di turnaround degli aeromobili e libererà capacità alberghiera per passeggeri a pagamento.
I travel manager dovrebbero però continuare a monitorare le comunicazioni delle compagnie: alcune hanno informato gli equipaggi che manterranno misure volontarie di autoisolamento fino all’aggiornamento delle valutazioni interne del rischio. Si consiglia inoltre ai datori di lavoro di rivedere le politiche di duty of care, poiché la città impone ancora l’isolamento a chi risulta positivo durante il soggiorno.