
Un giudice federale distrettuale di Washington, D.C., il 14 luglio ha bloccato una politica dell’era Trump che ordinava agli ufficiali consolari statunitensi di rifiutare o revocare i visti a cittadini stranieri i cui studi accademici si concentrano su disinformazione, discorsi d’odio o altri temi di “guerra informativa”. La norma, annunciata lo scorso febbraio, permetteva al Dipartimento di Stato di considerare tali ambiti come motivo di inammissibilità legata al terrorismo, suscitando immediatamente cause legali da parte di università, gruppi per le libertà civili e diversi studiosi coinvolti. La giudice Tanya Chutkan ha stabilito che il governo ha superato i limiti della Immigration and Nationality Act, creando una nuova barriera di sicurezza senza autorizzazione del Congresso e senza rispettare le procedure di consultazione pubblica. In un’opinione di 48 pagine, il tribunale ha affermato che il regolamento rappresentava “una minaccia sostanziale alla libertà accademica e al libero scambio di idee” e non forniva “alcuna prova che i ricercatori legittimi costituiscano un rischio di sicurezza aumentato”. Il provvedimento ha efficacia a livello nazionale e ordina al Dipartimento di Stato di ripristinare i visti cancellati e riaprire le domande in sospeso entro 14 giorni. Le università hanno accolto con favore la sentenza, sottolineando di aver già perso studiosi ospiti provenienti da India, Germania e Nigeria quando i consolati avevano applicato la norma questa primavera. I gruppi dell’istruzione superiore hanno sostenuto che la politica stava frenando la collaborazione internazionale proprio mentre iniziavano iniziative pubblico-private per la ricerca sul rilevamento dei deepfake in vista delle elezioni USA del 2026. Aziende tecnologiche e think tank avevano inoltre avvertito che i limiti avrebbero spinto gli esperti stranieri verso Canada e UE, indebolendo la competitività americana in un settore cruciale per la sicurezza elettorale. Praticamente, la decisione implica che gli ufficiali consolari devono tornare agli standard precedenti a febbraio, valutando i ricercatori dei social media secondo gli stessi criteri antiterrorismo e di carico pubblico applicati agli altri studiosi. I datori di lavoro che avevano ritirato le sponsorizzazioni H-1B o J-1 “per eccesso di cautela” possono ora procedere, ma i legali consigliano di ripresentare le domande per correggere eventuali rifiuti precedenti ai sensi della sezione 221(g). Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di “stare esaminando la sentenza” senza però indicare se intende fare appello. Nel frattempo, il provvedimento offre un sollievo immediato per aziende, università e ONG che si affidano ad analisti stranieri nel settore in rapida crescita della disinformazione e della manipolazione informativa.
Fonte: Reuters via MarketScreener
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