
Un rapporto del 30 settembre del Center for Children & Families della Georgetown University avverte che la nuova regola sul “public charge” del Dipartimento per la Sicurezza Interna, entrata in vigore il 18 settembre dopo la finalizzazione del 20 luglio, potrebbe scoraggiare gli immigrati legalmente presenti dall’utilizzare Medicaid, CHIP e altri benefici pubblici a cui hanno diritto. L’analisi sottolinea che la norma amplia la discrezionalità degli agenti, passando da un criterio di “dipendenza principale” a una valutazione basata sulla “totalità delle circostanze” e allargando l’elenco dei benefici che possono portare a un giudizio negativo. Sebbene rifugiati, richiedenti asilo e alcune categorie umanitarie restino esenti, i ricercatori temono un effetto deterrente che coinvolgerà anche famiglie con status misto, i cui figli cittadini statunitensi dipendono dall’assicurazione sanitaria pubblica. Ventidue stati e il Distretto di Columbia hanno intentato causa il 14 settembre, sostenendo che la regolamentazione viola l’Immigration and Nationality Act. In attesa dell’esito legale, le aziende con talenti internazionali devono prepararsi a un aumento dell’ansia tra i lavoratori stranieri che valutano la residenza permanente. I team HR potrebbero dover chiarire che i piani sanitari forniti dal datore di lavoro non sono considerati nelle valutazioni del public charge e indirizzare i dipendenti verso consulenti legali affidabili prima di disiscrivere i familiari da Medicaid o SNAP. Il rapporto segnala inoltre modifiche dal 1° ottobre nella legge H.R. 1 che limitano i fondi federali per alcune categorie di immigrati, spingendo gli stati a ridurre i rimborsi di Emergency Medicaid. I programmi di mobilità che si basano su coperture statali per familiari all’estero (ad esempio durante congedi parentali non retribuiti) dovrebbero verificare la continuità dell’idoneità. Sebbene la regola DHS riguardi i futuri richiedenti green card, i suoi effetti indiretti potrebbero compromettere il benessere della forza lavoro e aumentare i costi per cure non compensate se le famiglie rinunciano a trattamenti preventivi. Una comunicazione proattiva e l’accesso ad avvocati specializzati in immigrazione possono ridurre la disinformazione.
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