
Il 29 aprile, gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’UE hanno approvato una riforma molto attesa della coordinazione dei sistemi di sicurezza sociale, che sposta la responsabilità dell’indennità di disoccupazione dal paese di residenza del lavoratore a quello dell’ultimo impiego. Sebbene la Svizzera non faccia parte dell’UE, la modifica si applicherebbe nell’ambito dell’Accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone, a condizione che Berna accetti di adottare il regolamento aggiornato. Ogni giorno circa 410.000 frontalieri si recano in Svizzera da Francia, Italia, Germania e Austria. Secondo le regole attuali, chi perde il lavoro richiede l’indennità di disoccupazione nel proprio paese di residenza, che ne finanzia il pagamento. Il nuovo modello garantirebbe fino a sei mesi di indennità al livello svizzero, notevolmente più generose rispetto a quelle delle regioni confinanti. Il Dipartimento federale delle finanze ha avvertito che l’accettazione della riforma potrebbe costare ai fondi svizzeri di assicurazione contro la disoccupazione “diverse centinaia di milioni di franchi” all’anno. Le associazioni datoriali svizzere temono un aumento dei contributi salariali, mentre l’UDC ha definito la proposta una “sfacciataggine dell’UE”. I politici pro-UE sostengono che obblighi reciproci tutelano anche i 38.000 cittadini svizzeri che lavorano oltre confine in senso opposto, e che un rifiuto dell’accordo potrebbe complicare le più ampie rinegoziazioni del quadro bilaterale. Il dossier passerà ora al Parlamento europeo per una votazione plenaria prevista per la fine del 2026. La Svizzera dovrà quindi decidere se integrare la modifica normativa, tema destinato a essere centrale nei prossimi negoziati sul pacchetto Bilaterali III. I responsabili della mobilità che impiegano personale frontaliero dovrebbero prepararsi a possibili aumenti dei costi e adeguamenti amministrativi entro il 2028, anno previsto per l’entrata in vigore.
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