
Un tribunale amministrativo regionale di Coblenza ha inflitto una dura critica alla politica berlinese, in vigore da due anni, di effettuare controlli sistematici sull’identità alle frontiere terrestri della Germania con i Paesi UE confinanti. La sentenza, emessa il 28 aprile, ha stabilito che il Ministero dell’Interno non ha dimostrato la “seria nuova minaccia” richiesta dagli articoli 25-28 del Codice delle frontiere Schengen prima di rinnovare i controlli lo scorso autunno. Il caso è stato promosso da un professore di diritto penale fermato mentre tornava a casa dal Lussemburgo, un epilogo ironico in coincidenza con i festeggiamenti per il 40° anniversario dell’Accordo di Schengen. Sebbene formalmente limitata alla situazione del ricorrente, la sentenza rafforza la pressione politica crescente da parte di comuni olandesi, belgi e lussemburghesi, che denunciano il caos del traffico e gli incidenti causati dai posti di controllo. Il tribunale ha ritenuto insufficienti i riferimenti vaghi a migrazione irregolare e criminalità per giustificare la sospensione del principio fondamentale dell’UE di libera circolazione, criticando inoltre il governo per non aver fornito dati sulla capacità di accoglienza dei richiedenti asilo o sulle risorse di polizia. Per le aziende che spostano personale o merci attraverso le frontiere olandesi e lussemburghesi, questa non è una questione secondaria. Le società di logistica segnalano ritardi di 30-40 minuti per camion quando i controlli sono attivi; i rivenditori tedeschi con catene di approvvigionamento just-in-time stimano che ogni ora aggiuntiva al confine comporti un costo di circa 180 euro in lavoro e scorte di magazzino. L’eventuale cancellazione definitiva dei controlli eliminerebbe quindi un ostacolo per i collegamenti intra-UE che servono siti ad Aquisgrana, Düsseldorf e Colonia. Berlino ha già annunciato l’intenzione di presentare ricorso, sostenendo che la sentenza non abbia carattere generale. Nel frattempo, il Ministero dell’Interno dovrebbe pubblicare nuove valutazioni del rischio per rafforzare la propria posizione, un processo che potrebbe complicare ulteriormente la conformità se i criteri per i controlli “mirati” rispetto a quelli “sistematici” venissero inaspriti. I responsabili della mobilità dovrebbero monitorare i tempi del ricorso (una decisione è improbabile prima del quarto trimestre 2026) e aggiornare i protocolli di viaggio dei dipendenti, in particolare per i pendolari che attraversano quotidianamente il confine. Se il ricorso dovesse fallire, la Germania si unirebbe a Danimarca, Svezia e Finlandia nel ridurre i controlli interni introdotti durante la pandemia, segnando un ritorno ai livelli di mobilità Schengen pre-2020. Ciò potrebbe riaccendere le richieste a Bruxelles di semplificare il Codice e definire criteri più chiari per future deroghe, riforme da tempo invocate dalle multinazionali per tutelare la prevedibilità dei viaggi d’affari all’interno del mercato unico.
Fonte: NL Times