
L'Assemblea Federale svizzera ha aperto la sessione autunnale il 14 settembre 2026, con al centro dell'agenda il tanto atteso pacchetto "Bilaterali III" con l'Unione Europea. Il Senato (Consiglio degli Stati) dedicherà tre giorni all'esame dell'accordo di stabilizzazione, che rinnova la partecipazione della Svizzera al mercato unico europeo e tutela l'accordo fondamentale sulla libera circolazione delle persone (ALC). I legislatori dovranno decidere se approvare l'allineamento dinamico alle future normative UE, mantenere le clausole esistenti a tutela dei salari e approvare un meccanismo di salvaguardia che permetta alla Svizzera di limitare l'immigrazione qualora i flussi netti annuali superino una soglia concordata.
Per le multinazionali, la posta in gioco è alta. L'attuale mosaico di accordi bilaterali garantisce ai cittadini UE un ampio accesso al mercato del lavoro svizzero e consente alle aziende con sede in Svizzera di distaccare personale nell'UE con burocrazia ridotta al minimo. Il mancato via libera al pacchetto – o la sua sottoposizione a un referendum obbligatorio che richieda maggioranze sia popolari sia cantonali – potrebbe riaccendere l’incertezza giuridica vista nel 2021, quando fallirono le trattative su un quadro istituzionale. I team HR si troverebbero nuovamente a dover affrontare questioni legate al riconoscimento delle qualifiche professionali, al coordinamento della sicurezza sociale e all’accesso reciproco al mercato per i fornitori di servizi.
I partiti pro-business sostengono che l’adozione dei Bilaterali III garantisca la competitività della Svizzera, preservando la mobilità fluida dei talenti e la cooperazione nella ricerca (in particolare Horizon Europe). I critici di destra chiedono controlli più severi sull’immigrazione e spingono per il diritto di reintrodurre quote qualora il numero di lavoratori stranieri aumenti drasticamente. I partiti di sinistra insistono su robuste tutele contro il dumping salariale, temendo che l’adozione automatica delle norme UE possa erodere gli standard lavorativi svizzeri.
Il dibattito verte anche sulla natura del referendum: se opzionale, richiederebbe una semplice maggioranza popolare; se obbligatorio, servirebbe una doppia maggioranza di popolazione e cantoni. Quest’ultima opzione alzerebbe notevolmente la soglia per l’approvazione, prolungando l’incertezza per le imprese che pianificano progetti transfrontalieri nel 2027 e oltre. È previsto un voto preliminare entro il 30 settembre. Gli osservatori prevedono una stretta maggioranza del Senato a favore del pacchetto, che sarà poi trasmesso alla Camera dei Deputati.
Le aziende che impiegano cittadini UE sono invitate a informare i vertici sui possibili scenari e a preparare piani di emergenza in caso di ritardi o di esito negativo del referendum nel 2027.
Per le multinazionali, la posta in gioco è alta. L'attuale mosaico di accordi bilaterali garantisce ai cittadini UE un ampio accesso al mercato del lavoro svizzero e consente alle aziende con sede in Svizzera di distaccare personale nell'UE con burocrazia ridotta al minimo. Il mancato via libera al pacchetto – o la sua sottoposizione a un referendum obbligatorio che richieda maggioranze sia popolari sia cantonali – potrebbe riaccendere l’incertezza giuridica vista nel 2021, quando fallirono le trattative su un quadro istituzionale. I team HR si troverebbero nuovamente a dover affrontare questioni legate al riconoscimento delle qualifiche professionali, al coordinamento della sicurezza sociale e all’accesso reciproco al mercato per i fornitori di servizi.
I partiti pro-business sostengono che l’adozione dei Bilaterali III garantisca la competitività della Svizzera, preservando la mobilità fluida dei talenti e la cooperazione nella ricerca (in particolare Horizon Europe). I critici di destra chiedono controlli più severi sull’immigrazione e spingono per il diritto di reintrodurre quote qualora il numero di lavoratori stranieri aumenti drasticamente. I partiti di sinistra insistono su robuste tutele contro il dumping salariale, temendo che l’adozione automatica delle norme UE possa erodere gli standard lavorativi svizzeri.
Il dibattito verte anche sulla natura del referendum: se opzionale, richiederebbe una semplice maggioranza popolare; se obbligatorio, servirebbe una doppia maggioranza di popolazione e cantoni. Quest’ultima opzione alzerebbe notevolmente la soglia per l’approvazione, prolungando l’incertezza per le imprese che pianificano progetti transfrontalieri nel 2027 e oltre. È previsto un voto preliminare entro il 30 settembre. Gli osservatori prevedono una stretta maggioranza del Senato a favore del pacchetto, che sarà poi trasmesso alla Camera dei Deputati.
Le aziende che impiegano cittadini UE sono invitate a informare i vertici sui possibili scenari e a preparare piani di emergenza in caso di ritardi o di esito negativo del referendum nel 2027.
Fonte: SWI Swissinfo
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