
In un'analisi dettagliata pubblicata nella notte, il Guardian esplora le proposte senza precedenti di One Nation e, in misura minore, della Coalizione, di spingere il saldo netto migratorio (NOM) dell’Australia in territorio negativo per diversi anni. Lo storico economico Mark Cully osserva che l’Australia ha registrato un NOM negativo solo durante guerre, pandemie o recessioni profonde, mai per scelta politica. Far scendere intenzionalmente questo dato sotto lo zero, sostiene, rischierebbe quasi certamente di trascinare il paese in una lunga fase di crisi, poiché università, edilizia ed economie regionali dipendono fortemente dai migranti temporanei. Anche le associazioni imprenditoriali condividono queste preoccupazioni. Un documento del Tesoro del 2021 stimava che ogni migrante qualificato apporta un beneficio fiscale a vita di 198.000 dollari australiani, mentre l’australiano medio rappresenta un costo netto di 85.000 dollari; ridurre i visti significa quindi erodere le entrate proprio mentre l’invecchiamento demografico accelera la spesa pubblica. I datori di lavoro regionali hanno dichiarato di affrontare già gravi carenze di manodopera in sanità e ospitalità, avvertendo che l’economia “ne risentirebbe” se si riducessero ulteriormente i flussi di backpacker e laureati. L’articolo sottolinea inoltre che un decennio di politiche confuse ha fatto esplodere il sistema dei visti temporanei senza limiti. I migranti temporanei (esclusi neozelandesi e turisti) rappresentano ora il 6,6% della popolazione, più del doppio rispetto al 2011. Gli esperti affermano che la vera sfida riformista è riequilibrare i programmi temporanei e permanenti, non “dare un colpo di freno”. Per i responsabili della mobilità il messaggio è chiaro: tagli drastici o inversioni di rotta nella migrazione stringerebbero il mercato del lavoro, aumenterebbero i costi delle assegnazioni e comprometterebbero la reputazione dell’Australia come hub regionale di talenti. Le aziende dovrebbero ora collaborare con le associazioni di settore per quantificare i rischi economici e promuovere politiche sui visti basate su dati concreti e specifiche esigenze settoriali.
Fonte: The Guardian
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